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Se Doni è colpevole di tradimento, l’Atalanta è la sua vittima: nessuno la infanghi

Lo choc è stato così forte che l’Atalanta e i suoi tifosi non l’hanno ancora smaltito. Sono giorni durissimi per la Dea che, nei 104 anni della sua storia, non aveva mai vissuto momenti così difficili. E siccome le cattive notizie non arrivano mai sole, ieri sera un infarto s’è portato via Luciano Magistrelli. Aveva 73 anni. Era uno degli Eroi della Coppa Italia 1963, è stato un eccezionale scopritore di talenti prima di diventare l’uomo che portò alle soglie della B la Virescit Boccaleone, squadra di un quartiere di Bergamo che non raggiungeva i 5 mila abitanti. Un Albinoleffe ante litteram, per intenderci.

Magistrelli era un autentico galantuomo, un interprete genuino dei valori atalantini: serietà, lealtà, coraggio, orgogliosi di non essere servi di nessuno e fieri di battersi contro qualunque avversario. Sempre a testa alta.

Già, a testa alta. Questa storia delle scommesse aveva fatto soffrire Magistrelli, come sta facendo soffrire un popolo intero.

Per avere idea di che cosa sia l’Atalanta per i bergamaschi, vi basti sapere che, a Bergamo, non si dice: vado allo stadio. Si dice: vado all’Atalanta. Sul campo, il 2011 è stato un anno stupendo. Fuori, un annus horribilis.

Doni è il miglior marcatore nella storia ultracentenaria del club. Doni è stato amato, riverito, difeso. Ci sono stato anch’io, in giugno, in Piazza Matteotti con i tremila ragazzi che protestavano contro il linciaggio mediatico di un giocatore e della sua squadra.

Verrebbe voglia di usare il tempo presente, ma,con quello che sta venendo fuori da Cremona, il passato prossimo è più appropriato. Almeno per adesso. Almeno sino a quando l’inchiesta della magistratura ordinaria non si sarà conclusa mentre quella sportiva è già pronta.

L’arresto alle 5.30 del mattino, la tentata fuga in garage (in mutande o in pigiama fa poca differenza), la traduzione in carcere a Cremona, i cinque giorni di isolamento, quelle intercettazioni in cui, per la prima volta, Doni parla, mentre nel processo sportivo di primo e secondo grado non c’era mai stato lo straccio di una sua conversazione che fosse finita nei brogliacci degli investigatori.

E ancora: la voce in falsetto, la domanda a Santoni (“Fantozzi è lei?”), la scheda romena, l’accusa di avere inquinato le prove e pagato l’avvocato di Santoni. Sono tutte mazzate per i tifosi dell’Atalanta che non sputano sentenze anticipate. Che aspettano. Che rifiutano i verdetti mediatici, magari emessi da sprovveduti cacciatori di bufale. Che vogliono capire e sapere, per giudicare.

Ecco, oltre alla giustizia penale e a quella sportiva, c’è un altro verdetto che Doni deve temere. Ed è quello della gente atalantina, aggrappata alla speranza che si tratti di un incubo dal quale l’ex capitano uscirà a testa alta.

Nel frattempo, come accadde in giugno, già troppe prefiche si agitano attorno alla società di Percassi onesta e pulita. Ricomincia il gioco al massacro delle congetture, delle ipotesi di ulteriore penalizzazione, come se non fossero bastati i sei punti già tolti a Colantuono che adesso sarebbe a quota 23, quinto in classifica a pari merito con l’Inter.

E’ questa degenerazione del pregiudizio che non va bene. Non va per niente bene. La società e la squadra che, sul campo si è guadagnata il ritorno in A e sul campo si sta guadagnando la salvezza nonostante l’handicap, meritano rispetto. Così come al rispetto hanno diritto i tifosi bergamaschi. I quali non chiedono trattamenti di favore perchè, conoscendoli, in caso di colpevolezza dell’ex Capitano, con lui non saranno duri. Saranno durissimi.

Conta solo la maglia, ricorda il sito atalantini.com. Ora più che mai.

Xavier Jacobelli