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Caro Babbo Natale, portaci via tutti questi Doni

Caro Babbo Natale,

abituato come sei a ricevere lettere che ti chiedono regali, forse ti stupirai se, con la presente, ti domandiamo invece di portarci via tutti questi Doni. Intesi come Doni Cristiano e gli altri gentiluomini del circolo sfasciacalcio con diramazioni intercontinentali, un’autentica peste bubbonica che fa marcio il calcio.

Portali lontano, molto lontano, però. Anche dalle tue parti, a Rovaniemi. L’Alto Adige è troppo vicino e troppo grande è l’indignazione dei tifosi che sono stati traditi, offesi, distrutti nei loro sentimenti, nella loro passione, nella loro fiducia, terribilmente malriposta. Poichè conta solo la maglia, chi non è degno di indossarla adesso deve soltanto sparire.

E’ Natale e siamo tutti più buoni. Dicono. Tant’è vero che qui non ci interessa giudicare Doni Cristiano, già capitano e miglior marcatore nella storia dell’Atalanta, 104 anni e 51 campionati di serie A, una società che appartiene alla nobiltà dei valori del calcio italiano, una società per la quale hanno giocato anche Gaetano Scirea e Glenn Stromberg (quello che fece arrossire il Milan quando i rossoneri non restituirono il pallone, si procurarono un rigore ed eliminarono i bergamaschi dalla Coppa Italia calpestando il fair play). Abbiamo detto tutto.

Ognuno è artefice del proprio destino e si deve assumere la responsabilità delle proprie scelte e dei propri comportamenti: che Doni se la veda con la sua coscienza. I giudici di Cremona e quelli di Abete emetteranno i loro verdetti: alla luce della confessione resa, è auspicabile siano severi e stanghino senza pietà perchè, se uno sbaglia, deve pagare e pagare caro.

Ma è un’altra la sentenza già scritta che dovrebbe incutere timore a Doni per il resto dei suoi giorni. E’ l’ergastolo sportivo che gli hanno inflitto i suoi ex tifosi. Quelli che l’avevano applaudito quando era stato proclamato “citttadino benemerito di Bergamo”. Quelli che lo volevano sindaco. Quelli che avevano creduto in lui, che erano scesi in piazza per lui, che avevano fiducia in lui. Che erano attorno a lui in cinquantamila la sera del 21 maggio, quando l’Atalanta festeggiò la promozione ed erano ancora migliaia, il giorno del raduno, quando lui si mise la mano sul cuore giurando che non aveva fatto nulla e che lui con le scommesse clandestine non c’entrava. Appunto.

“Mi sento come se fossi finito sotto un treno”, ha confidato ai due amici andati a trovarlo in carcere, dove, peraltro, la sua detenzione è stata molto breve. Non sappiamo a quale treno si riferisse, Doni. Sappiamo che ha perso tutti i treni dell’Atalanta.

Sappiamo che non ha capito nulla di questo club, della sua storia, dei suoi tifosi, del suo presidente, nato e cresciuto nel vivaio di Zingonia, capitano molto prima di Doni e di ben altra pasta, poi per due volte presidente.

 La seconda dal 2010, quando, appena arrivato e nonostante la retrocessione, Antonio Percassi prolungò il contratto di Doni per altri due anni, garantendogli pure che sarebbe diventato l’uomo immagine di una società modello per serietà, efficienza, organizzazione.

In questo momento così tremendo per l’Atalanta, è Percassi il simbolo attorno al quale si stringe la sua gente, che rivendica un patrimonio di storia, di prestigio e di onore, sì di onore, assolutamente inattaccabile da qualunque Doni. E’ Percassi l’unica, autentica garanzia per il presente e per il futuro. Quelli che Doni ha tradito. E che nemmeno Babbo Natale gli restituirà mai.

Xavier Jacobelli
Direttore www.quotidiano.net