Una Santa Lucia… Un po’ in ritardo
Santa Lucia è cieca, vestita di azzurro e con un velo di tulle che le copre il capo. Ha un asino e un carretto. Viaggia nella notte tra il 12 e il 13 dicembre e visita tutte le case abitate da bambini, a cui porta dolci e regali. Sa i loro desideri perché, per tempo, si fa recapitare le loro letterine. Così al risveglio, troveranno pacchi e pacchettini e vassoi pieni di caramelle ad aspettarli. Sempre con un campanellino per annunciare il suo arrivo, non può essere guardata in volto perché, se la si osserva, getta cenere negli occhi.
È così che è sempre cominciato il mio Natale: con i regali di santa Lucia. Ogni 12 dicembre, preparavamo in cortile fieno e acqua per l’asinello. La mattina dopo, il fieno era sparito e l’acqua bevuta. Con i miei cinque cugini visitavamo le rispettive case per fare man bassa di bambole, mostri e cioccolato. Prima, però ognuno nella sua. Due di loro abitano sopra di9 me e ci svegliavano con le loro urla. Indimenticabile resta la volta che la santa portò a mia cugina Baby Mia: lei, entusiasta, cacciò un acuto e il fratello le fece eco, ma per un altro motivo. Si era spaventato proprio alla vista della bambola, di rara bruttezza, con un cerchio di plastica alla testa che le stringeva i capelli per tenerla attaccata alla scatola.
L’albero di Natale e il presepio – sì, perché nella mia famiglia siamo del partito che promuove entrambi – erano già pronti, preparati, come da tradizione, il giorno dell’Immacolata. Per diversi anni abbiamo rinunciato alle palline preferendo le pigne raccolte in montagna, colorate d’oro e attaccate con i fiocchetti rossi. Nel presepio, solo muschio vero, raccolto da mio papà nei campi (mio papà, come ho già scritto, è stato premiato più volte come autore del più bel presepio del paese), e un sacco di pecore, mai abbastanza, sempre secondo gli standard paterni. Oggi nel presepe ci sono più ovini che statuine. Però fanno colore.
Troppo alla svelta arrivava la vigilia. Alla faccia delle calorie, nella mia famiglia si cominciava a mettere le gambe sotto ai tavoli già per pranzo, tradizione tuttora in vigore.
Ovviamente, si mangia “di magro” (…). Dall’alba dei tempi, un amico dei miei nonni arriva alla mattina del 24 dicembre con i pesci da mettere alla griglia. Non si prendono accordi preventivi, non serve rinnovare la richiesta. Lui e i pesci arrivano puntuali, mentre mio papà, mio zio e mio cugino hanno già acceso la griglia in cortile e le braci sono pronte. Nel frattempo, “le donne” fanno passare la polenta e imburrano le tartine per il salmone affumicato. Un po’ di insalata di mare (“perché magari la griglia non è abbastanza”) e qualche seppiolina coi piselli. Panettone, pandoro e torrone.
Così, apriamo le danze per la cena della Vigilia, il pranzo di Natale e quello di Santo Stefano. Così, dopo i tortelli di zucca del 24, arrivano i marubini in brodo e il cappone (e il cotechino e la lingua e le lenticchie e l’uva e i mandarini) del 25.
Sarà che impazzisco per le luminarie di Natale e le pubblicità di Bauli e Coca cola, sarà che non sono per niente originale, ma adoro il mese di dicembre. La messa di mezzanotte è tutta una luce, i baci degli auguri sono più affettuosi degli altri. Lo spumante con cui si brinda è più frizzante.
Dissento da tutti quelli che, per fretta o perché troppo up to date, rinunciano alle tradizioni. Se non ne hanno, li invito a costruirne.
Anche perché trovo che l’aspetto migliore delle tradizioni sia proprio la possibilità di crearne di nuove, per poi portarle aventi per molti, molti anni.