Tempo di distruzione (e ricostruzione)
TEMO di cominciare a invecchiare e a disilludermi, almeno nella fiducia verso il movimento. Non la base, che giocando per divertirsi resta la parte migliore e pulita del volley, ma i vertici. In questo caso mi riferisco al campionato di A1 femminile, che ha perso prima della fine dell’andata una squadra, Conegliano, dopo aver passato le altre giornate a farsi notare più per i casini legali che per le belle giocate. Dal pasticciaccio bruttissimo del caso Novara, che forse la Fipav pensava di aver risolto perché con il tempo (under 22 che crescono ed escono dalla fascia d’età) e con la paglia (altre che si infortunano) erano maturate le nespole, al ricorso di Forlì che voleva un posto in A1 (che sportivamente non meritava, ma per le regole che le società si erano date, sì) e che non l’ha avuto perché al suo posto è stata ripescata per l’ennesima volta una società che già aveva sfruttato quel diritto. Nonostante una regola impedisse il ‘regalo-bis’.
OGGI a Forlì, che alla fine ha fatto comunque l’A2 anche per un po’ di mobilitazione popolare che la testata per cui lavoro (lo dico senza modestia) ha contribuito a stimolare, oggi a Forlì dicevo hanno tutto il diritto di pensare che se al posto di Conegliano ci fossero stati loro, forse il campionato di A1 non avrebbe fatto una figuraccia simile, con una classifica che sarà tutta da riscrivere andando indietro con la cancellazione dei risultati della Spes. E se c’è una cosa che nuoce alla popolarità di uno sport, è il bisogno di spiegare al lettore cose che dovrebbero essere immediate. Se anche una lettura teoricamente semplice come quella di una classifica diventa un rebus per solutori più che abili, temo che la prossima volta il lettore sceglierà piuttosto quella del tamburello o del curling. Con tutto il rispetto per due sport genuini. Il giorno che i dirigenti di tutte le società capiranno che i tanti (troppi) casi Conegliano danneggiano soprattutto loro che restano sulla piazza a cercare sponsor, non sarà mai troppo tardi.
ORA BISOGNA guardare avanti. E’ tempo di distruzione, come diceva ‘La cosa’ dei Fantastici 4. Ma per poi ricostruire: non mi interessano le accuse dirette ai singoli, soprattutto perché penso che in questo caso sia un intero sistema a mostrare la propria fragilità. E poi nessun presidente, vale per lo sport e per la vita, nasce presidente: ce lo mettono altri, su quel piedistallo, a prendersi medaglie e pomodori. Di solito tendono a condividere solo i meriti, ma hanno anche le stesse colpe. Uso volutamente una metafora forte, sperando di essere capito: non servono cadaveri da far penzolare da un qualsiasi piazzale Loreto, si chiama propaganda e aiuta solo il potere a nascondere i problemi veri. Esattamente il contrario di quello di cui abbiamo bisogno, oggi. Non conosco alla perfezione e non mi interessano neanche le dinamiche politiche e di interessi che stanno dietro scelte e nomine. Di sicuro non interessano neanche al pubblico. Mi sembra però che sul piano della solidità globale la serie A femminile stia attraversando ora una fase molto simile a quella che la maschile ha già vissuto negli anni scorsi, sbagliando e pasticciando a sua volta ma forse alla fine riuscendo ad uscirne (parlo dei maschi, e dico forse, ormai la mano sul fuoco non ce la metto più). Campionati dispari, società che saltano come tappi di bottiglia forse sentendo il capodanno imminente, procuratori che finiscono per influenzare o addirittura decidere se tenere in vita le società, a loro spese o a loro mancato guadagno o a loro futuro interesse.
DEVO DIRE che sono rimasto molto deluso perché al centro dell’ultimo fallimento c’è Giovanni Lucchetta, che non conosco di persona ma che ho sempre considerato uomo dalla visione lunga. Fu lui a far spostare il volley maschile alla domenica, per dire, ed è stata un’idea vincente. Anche il progetto di Conegliano era ispirato da principi a suo modo rivoluzionari, ma è fallito di fronte alla crisi economica, che comunque c’è per tutti. E qui Lucchetta, al quale riconosco comunque l’onore di essersi congedato con una lettera toccante perché vera, comunque non lo seguo più: sarà banale, ma le cose le devi fare solo se te lo puoi permettere, le promesse oggi più che mai sono scritte sull’acqua e non fruttano interessi. Anche io vorrei possedere una villa con piscina, ma non ho i soldi per farlo e mi faccio sembrare una reggia il mio appartamento in condominio. E mi sembra, per tornare all’attualità, che la sparizione della Spes dopo neanche metà campionato dimostri anche l’inefficacia del sistema di controllo teoricamente sempre più rigido che la Lega diceva di essersi data in questi anni. Come ha implicitamente ammesso ieri anche il presidente Fabris, con parole che personalmente interpreto come un bel passo indietro rispetto al ‘va tutto bene’ di pochi mesi fa. E pazienza se finirò anche io sulla rubrica ‘controinformazione’ del sito della Lega femminile. E’ piena di miei amici, ci troveremo a fare due chiacchiere.
LE PROPOSTE, tornando seri: sono due e molto semplici, anche se forse impossibili da attuare perché soprattutto una è lontana dalla nostra cultura sportiva. La prima: in questa fase, due o tre stagioni con blocco delle retrocessioni, come sta pensando di fare la Lega Maschile, potrebbero essere il male minore che consenta di rifondare un sistema e farlo ripartire su basi più solide, magari anche più italiane. La seconda, che io personalmente estenderei al maschile: tetto dei salari da controllare rigidamente (per evitare fughe verso il ‘nero’) con contratti depositati e pagamenti gestiti tramite una camera di compensazione sotto la vigilanza della Lega, come nel caso del calcio. O addirittura di una società esterna, per non far controllare niente a controllori coinvolti nel sistema.
DOPO DI CHE, non ci sarà alcuna redenzione senza prima comprendere il bisogno di espiazione. Nessuno è innocente. Non lo sono i dirigenti, non lo sono i giocatori che negli anni hanno accettato di firmare liberatorie pur non avendo preso tutti gli stipendi, non lo sono i procuratori che li hanno convinti. Forse neanche i giornalisti, anche se le società non le facciamo certo fallire noi. Ma ‘nessuno è innocente’ non significa ‘siamo tutti uguali, quindi si va avanti così’. Quello lo fanno in un altro sport, quella è la stessa Italia che si è spinta fino al baratro prima di essere commissariata dall’Europa. Noi non eravamo diversi?