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Crisi, profezie da smentire

L’Europa politica si ritrova sempre in affanno sulla revisione dei trattati, le tasse, la crescita, il debito, il rigore, le sanzioni, forse sull’idea stessa di Unione. E continua ad arrovellarsi nell’eterno interrogativo su quando e quanto Angela Merkel sarà disposta a cedere alla flessibilità dei patti fra gli Stati, sulla Tobin tax, su eurobond e affidabilità dei Paesi cicala.

Intanto i mercati finanziari affondano i colpi nella carne viva delle capitalizzazioni di Borsa delle aziende (il 2011 di piazza Affari si è chiuso con un infausto -25%), i sistemi produttivi rallentano fino a scivolare nella recessione e le banche si preparano al peggio. Sì perché si sapeva che i grandi istituti di credito anglosassoni avevano predisposto simulazioni sul collasso di paesi europei troppo grandi per fallire, anche di Spagna e Italia, e sulla fine disordinata dell’euro. Con conseguenze pesantissime, se non disastrose. Quel che non era altrettanto noto è che le stesse banche italiane, o quantomeno le maggiori, stanno elaborando scenari dove l’Eurocontinente perde i pezzi.

Nel prospetto del suo delicatissimo aumento di capitale, Unicredit avverte che l’instabilità della zona euro e l’eventuale uscita di uno o più Paesi potrebbero avere effetti negativi rilevanti sui risultati, le attività, la situazione economica, patrimoniale e finanziaria del gruppo. Intesa Sanpaolo invece, nel suo outlook 2012, disegna la “strada tortuosa” per uscire dalla crisi del debito sovrano europeo. Tagliente la valutazione stilata dall’istituto di provenienza del superministro dello Sviluppo economico Corrado Passera: commentando le poco esaltanti prospettive dell’Eurozona nel 2012, la principale banca del sistema Italia ha giudicato la revisione al ribasso delle stime come il frutto delle “lacune nel meccanismo di governance europea e della deludente gestione del debito sovrano”.

Mese dopo mese — affonda il colpo lo studio dell’istituto — la gestione della crisi da parte dei vertici dell’Eurozona si è rivelata carente nei tempi, nelle misure adottate e nell’entità degli strumenti messi in campo. Così il vertice di dicembre ha elaborato un accordo insufficiente.

Il pacchetto di misure fiscali è irrilevante. I fondi sono inadeguati. I programmi offrono soluzioni dubbie: unica isola di salvezza la Banca centrale europea e il suo programma di liquidità. Con misure tanto “lente, poco credibili e talora controproducenti” non ci si può quindi che attendere un 2012 difficile e recessivo, quantomeno per Italia e Spagna, Grecia e Portogallo.

Non che altri stiano tanto meglio: tra il 2006 e il 2013 il rapporto tra debito pubblico e ricchezza prodotta crescerà del 56% nel Regno Unito e del 33% in Francia (del 48% negli Usa e 55% in Giappone). C’è di peggio: Morgan Stanley, colosso bancario statunitense, indica per il Regno Unito un rapporto attuale tra debito privato e Pil pari al 950%, quasi il doppio della già sconsolante valutazione del Tesoro di Sua Maestà.

Stimare quanto poteva accadere e recintare il perimetro del rischio è stato un esercizio poco praticato negli anni precedenti la bufera finanziaria del 2008, che ha portato i 27 dell’Unione alla politica strabica di rendere disponibili 4.285 miliardi di euro a sostegno soprattutto degli istituti finanziari (500 da parte della sola Germania), mentre poi si sono pretese manovre da lacrime e sangue per centellinare poche decine di miliardi agli Stati in difficoltà. Dunque oggi ben vengano gli orizzonti strategici, ma senza mai scordare che a volte le profezie catastrofiche si autoalimentano. Fino ad avverarsi.