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Spirito digitale

UN SENTIERO lungo più di trent’anni, percorso un passo dopo l’altro, un bit dietro l’altro. Il piede destro su uno zero, il sinistro su un 1, binario può essere il codice dei computer come la strada parallela del destino. La storia tutta italiana che state per leggere mescola informatica e pallavolo, bagher e database, il sudore dei sogni e la plastica delle macchine che li rendono possibili. E’ una storia che noi addetti ai lavori sotto rete conosciamo da anni, ma il grande pubblico no.

EMILIO SPIRITO era un buon giocatore di pallavolo, arrivato fino all’A2 con la maglia dell’Eudecor Salerno. Ma sarebbe diventato un campione guardandola, la pallavolo. Perché è stato lui a inventare il sistema di rilevamento delle statistiche delle squadre che oggi tutto il mondo utilizza, sotto rete. Lo ha fatto perché da giocatore non sopportava di sentire spiegazioni che puzzavano di alibi: “Anche a Salerno, come in tutte le realtà di periferia l’allenatore era il possessore della verità _ racconta Spirito _ e dopo una partita andata male spiegava: ‘abbiamo perso perché abbiamo battuto male’, ‘non sei titolare perché sei carente in ricezione’. Se chiedevi un minimo di spiegazione la risposta verteva sempre su singoli episodi, mai su un rendimento tecnico documentato. Non esistevano dati, tutto rimaneva a totale discrezione dell’allenatore”.

MA LA RABBIA dell’impotenza non sarebbe bastata, da sola, senza il trampolino della scienza, e una genialità tutta italiana: “Nel 1980, lessi sulla rivista della Federazione Internazionale di pallavolo che un professore dell’Università di Praga stava sperimentando un sistema di rilevazione ed analisi dei dati statistici, con l’aiuto di 12 studenti, perché ‘con il computer sarebbe stato impossibile essendo la pallavolo uno sport troppo veloce’. Queste motivazioni mi hanno spinto ad accettare la sfida: realizzare un programma (allora si parlava di linguaggi Basic ed Assembler) per rilevare i dati statistici di una partita, con un solo operatore, e dare una base statistica e non solo discrezionale alle scelte dell’allenatore”. Facciamo subito un passo avanti, nel futuro che oggi è il presente: Spirito ce l’ha fatta, il suo ‘DataVolley‘ di allora è diventato una società, la DataProject, che da Bologna fornisce il software a tutto il mondo del volley che si vuole ‘misurare’ con strumenti statistici certi.

 

 

IN MEZZO scorre il fiume del tempo, quei trent’anni in cui Spirito ha lavorato con i migliori, raffinando un prodotto unico e Made in Italy. Il primo a metterlo alla prova fu Silvano Prandi, quando allenava la nazionale italiana, prima delle Olimpiadi del 1984. Ma il catalizzatore del cambiamento definitivo fu Julio Velasco: “Ci incontrammo per la prima volta a Modena nella sede della Panini, alla presenza del direttore generale Aristo Isola _ ricorda Spirito _ Velasco mi fece vedere un suo modello di rilevazione statistica, metteva sulle righe i giocatori e sulle colonne tutti i fondamentali e le relative valutazioni. La mole dei dati di cui teneva conto era impressionante. Gli chiesi di fidarsi di me: mi mancava solo un dato rispetto ai suoi, gli dissi che il giorno dopo lo avrei implementato nel programma e che gli avrei fatto vedere tutto quello che Data Volley gli poteva dare in più come analisi statistica, oltre alle informazioni che fino a quel momento lui aveva preso in considerazione. Da allora la collaborazione con Julio è stata costante ed indubbiamente vincente”. Lo dimostrano la storia e i risultati, arrivati nonostante i tentativi di spionaggio: “Una volta ero in tribuna e rilevavo i dati per la Nazionale Juniores italiana. Lo staff del Giappone mi piazzò ‘casualmente’ una telecamera alle spalle e riprese per tutta la partita il video del mio computer, per carpire i segreti del mio programma. Invece, un paio di anni fa ero in Giappone per le finali del Grand Prix, e volevo fare qualche foto per il reference book della nostra società, visto che quasi tutte le migliori nazionali del mondo utilizzano i nostri programmi. Ma quando ho provato ad inquadrare il rilevatore giapponese con il monitor del programma e il campo sullo sfondo, me lo hanno subito impedito dicendomi che erano informazioni riservate. Ci ho messo non poco a fargli capire che stavano usando un programma che gli avevo fornito io”.

Quanti italiani conoscete, che hanno insegnato l’informatica ai giapponesi?