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Due stili e due diverse ambizioni al governo

C’era un tempo in cui prima di convocare i sindacati per una trattativa, si incrociavano le agende per concordare informalmente la data. Era il tempo dei politici, un tempo ormai andato. L’invito odierno per discutere di Lavoro il ministro Elsa Fornero l’ha infatti inviato con data e orario già stabiliti: prendere o lasciare. Ed è questo l’atteggiamento che spaventa i sindacati. «Corrado Passera — è il refrain — probabilmente non l’avrebbe fatto». A sondarli, Cgil, Cisl e Uil sono infatti compatti nell’auspicare che il ministro dello Sviluppo faccia con la Fornero e la riforma del mercato del Lavoro quel che tende a fare con tutti: metta bocca, si guadagni un ruolo, eserciti il suo peso. I due, infatti, sono agli antipodi e naturalmente si detestano. Pur avendo convissuto in Banca Intesa. O forse anche in ragione di ciò.
Raccontano che quando, a dicembre, Elsa Fornero affacciò prematuramente il tema dell’articolo 18 in un’intervista, Passera la riprese. E furono scintille. Lo stesso è accaduto quando Passera, a insaputa della Fornero, ha infilato nel decreto sulle liberalizzazioni il contratto di lavoro delle ferrovie, consentendo ai nuovi operatori di aggirarlo. «L’ha fatto per fare un favore ai suoi amici…». Lui ostenta ottimismo sulla ripresa, lei obietta: «Non esiste la bacchetta magica, gli dirò d’essere meno ottimista». Lui è vocato alla mediazione politica ed ha consuetudine con i sindacati: ha portato le Poste da 250mila a 130 mila dipendenti senza un giorno di sciopero o tensioni. Lei no. Lui non ha mai dovuto rettificare un’intervista. Lei sì.
Nei giorni scorsi, il sottosegretario Polillo la punziecchiò per via del noto pianto sulla riforma previdenziale («una fontana che piange») concludendo che, «non avendo mai fatto politica», occorre «accettarla per quello che è». Elsa Fornero la prese malissimo. Ma secondo un parlamentare del Pdl, Polillo ricevette riservatamente i complimenti di Passera. Lui è aperto. Lei è chiusa. Lui cerca di gratificare i suoi sottosegretari. Lei no. Al ministero, Maria Cecilia Guerra non tocca palla. E così anche il viceministro Michel Martone. Il cui superego è messo a dura prova da un ministro, la Fornero, che lo tratta come fosse il suo assistente all’università. Lei ci scherza: «Siccome vengo accusata di fare mobbing nei confronti del viceministro…». Lui no. «Lei lo ignora e lui non si azzarda a dire una parola», riferisce un sindacalista che li ha incontrati assieme. Più d’uno sostiene che se la Fornero era ferratissima sulle pensioni, sul lavoro vacilli. «Si affida molto all’economista Pietro Garibaldi», dicono.
Ma è la tensione con Passera che potrebbe creare problemi. Nel senso che quando la Fornero dovrà decidere sugli ammortizzatori sociali avrà bisogno di conoscere dal ministro dello Sviluppo lo stato delle crisi aziendali presenti e future. Ma tutti dicono: tanto la riforma del Lavoro la farà Monti. Il quale, osserva il segretario confederale della Uil Paolo Pirani, «ricevette la premier danese proprio per darci un segnale». Ma il modello della flexsecurity danese per Pirani sarebbe «quantomeno depressivo». Interverrà Passera? Macché. L’auspicio dei sindacati rimarrà deluso: Passera non metterà bocca. Troppo scottante e divisiva è la materia del lavoro. In generale, e soprattutto per uno che, come lui, ambisce a candidarsi alla presidenza del Consiglio ed essendo mosso da italico spirito democristiano non intende farsi troppi nemici ancor prima di iniziare. L’ultima differenza tra i due, infatti, le spiega tutte. A chi gli chiedeva se intende rimanere in politica, Elsa Fornero ha risposto: «Quest’esperienza mi basterà». Passera, invece, ha eloquentemente glissato.