L’ultima di Battisti, travestito da “Iena”
Adesso basta! Non c’era bisogno che Cesare Battisti scrivesse l’ennesimo capitolo della sua triste (per tutti noi) storia e continuasse, stavolta con l’intervista che la sera del 2 febbraio viene proposta dalle Iene, a offendere l’intelligenza di un popolo. Battisti se la prende con l’”avversario stalinista” Napolitano – che replica invitandolo a tornare in Italia ed espiare la sua pena in carcere – che non gli appare in grado di essere il personaggio “capace di girare la pagina della storia e capire gli anni di piombo” visto che ha sempre condannato la violenza ( e che cosa dovrebbe fare un personaggio pubblico con la testa sulle spalle?). A me il presidente Napolitano sembra una persono capace di giudicare quegli anni ben meglio di chi con essi si è sporcato le mani. “Ho avuto armi, ma non le ho mai usate”, dice fra l’altro Battisti in questa sua intervista, nella quale più o meno afferma che: vorrei essere processato finalmente in modo serio in Italia e avere la possiblità di rispondere alle domande, cosa che non mi è stato mai permesso, ma visto che la mia condanna all’ergastolo è ingiusta, ma definitiva, non posso e quindi me ne resto qui e non torno da voi che mi mettereste a marcire in cella senza capire che cosa io abbia realmente fatto. Noi lo sappiamo però che cosa ha fatto Cesare Battisti quando era esponente – e neppure di primo piano, secondo taluni - dei Proletari armati per il comunismo: ha compiuto azioni sovversive e rapine, ha istigato alla lotta armata (questo lo ha confessato lui stesso in un altro intervento post liberazione) e, secondo la sentenza definitiva di condanna, ha partecipato a due assassinii.
Il fuggitivo nega questi ultimi episodi, e allora perché non è rimasto a farsi giudicare in Italia invece di scappare dal carcere grazie ai “compagni” che lo hanno poi continuato a proteggere e lo proteggono ancora? Perché solo ora accetterebbe un interrogatorio? “Perché la mia condanna era già scritta”, risponde a questa sacrosanta contestazione. E giù a dire che i buoni non vincono quasi mai, come non vince la verità e la giustizia, che lui vorrebbe essere libero nella sua Italia e invece gli tocca vivere all’estero (anche se in Brasile, ve lo confermo, non si sta per nulla male) e scrivere per campare (e trova anche gli editori…). Ce l’ha con chi ha tradito, coi “pentiti che invece sono solo delatori”, con irriducibili che pensano sempre a qualcosa, con lui che è “sfigato e vittima” e queste due cose sembrano così presuntuosamente errate da non meritare risposta. E invece a tutta l’intervista, anticipata da Mediaset, hanno tutti risposto, a partire dal Colle.
Un’unanime condanna, una giusta richiesta: presentati e mostra la tua faccia, vieni qui e abbi il coraggio di guardare i familiari delle tue vittime in viso, senza abbassare la fronte, accettando la giustizia con la “G” maiuscola e non quella delle pistole. Forse stavolta Cesare Battisti l’ha fatta talmente grossa che molti in Brasile dovranno riflettere. Quello brasiliano è un popolo coraggioso, sa davvero che cosa vuol dire vivere in una dittatura e lottare per abbatterla, senza fuggire . C’è riuscito in vent’anni (1964-1985) e ora gode un rinnovato benessere. Le parole finali di Napolitano, gli strali della Lega e di Gasparri, di Bachelet e Fiano, il coraggio di Alberto Torregiani. meritano che Dilma Rousseff si guardi davvero intorno e restituisca legalità ove è stata negata. E che il dottorino di storia patria ce la venga a raccontare qui. A quel punto se ne potrà davvero discutere.