Lo stupro diventa un reato di serie B?
Perché? E’ l’unica parola che, spontaneamente, mi viene fuori di bocca. Perché la Cassazione ha, di fatto, eliminato l’obbligo del carcere per gli stupri di gruppo, dando modo quindi ai componenti del branco di vedersi concedere i domiciliari?
La risposta, mi sa, che sia una sola: la violenza sessuale continua ad essere considerato un reato di serie B. Esagero? D’altra parte non è la prima volta. Anzi. Basta tornare indietro di qualche anno. Era il 1999 quando i giudici della Suprema Corte avevano fatto imbufalire tutte le donne della Penisola. Allora venne annullata la condanna di uno stupratore perché la vittima indossava jeans attillati. Ve la ricordate l’ondata di polemiche e le parlamentari in jeans in Aula? Ecco, oggi, sarebbe il caso di ribellarsi con la stessa forza. Le donne, di qualunque schieramento politico, del resto, hanno già avuto la loro reazione sconcertata. E fanno bene.
A interpretare la decisione, da un punto di vista giuridico, c’è il costituzionalista Alessandro Pace che, sul ‘Corriere’, ha spiegato come “il carcere preventivo non possa essere un’anticipazione della pena. Il che vuol dire che la pressione dell’opinione pubblica non deve indurre il legislatore a mandare il presunto colpevole in carcere senza processo”. Il costituzionalista fa l’esempio di Schettino: “Ormai siamo addirittura arrivati alla gogna mediatica senza processo. Quel povero comandante è già colpevole di tutto quello che è successo senza che ci sia stata neppure la sentenza di primo grado”.
In effetti, va precisato, si tratta soltanto di una decisione che riguarda le misure cautelari. E, ovviamente, va deciso caso per caso. Però non chiudiamo gli occhi. Quasi sicuramente i difensori degli stupratori utilizzeranno questa interpretazione della Cassazione per alleggerire la posizione dei loro assistiti. Ergo, inizierà una serie di reazioni a catena che, di certo, danneggerà le povere vittime. Che, ovviamente, sono le donne.
Del resto, pensandoci bene, non c’è granché da meravigliarsi. Fino ad appena vent’anni fa era rimasto in vigore in il codice Rocco (fascista) che relegava a reato contro la morale uno stupro nei confronti di una donna. E non solo. Basti pensare al delitto d’onore (sanzionato con pene attenuate rispetto all’analogo delitto di diverso movente), le cui disposizione sono state abrogate soltanto nel 1981. Insomma, inutile chiedersi il perché di determinate decisioni. Ce le abbiamo intrise nel sangue e fin dentro la pelle.
E’ chiaro che si tratta, dal mio punto di vista (e quello di tutte le altre donne sulle barricate, da ex ministre a donne comuni) di una reazione emotiva. Da qui, la necessità (per dovere di cronaca) di riportare anche la reazione dell’Unione Camere penali, di tutt’altro tenore: “Stupisce che intorno ad una decisione che non fa altro che confermare elementari statuizioni di minima civiltà giuridica, si possa scatenare un vergognoso battage mediatico che alimenta, con il solito effetto di corto circuito, le più bieche pulsioni giustizialiste”. I penalisti, inoltre, sono “sorpresi di come la stessa Suprema Corte, attraverso un comunicato ufficiale (diramato il giorno dopo la decisione, ndr) abbia sentito il bisogno di tranquillizzare l’opinione pubblica sul fatto che gli indagati coinvolti nella specifica vicenda processuale non lasceranno comunque il carcere sino alla celebrazione del giudizio di rinvio innanzi al Tribunale del Riesame. Da qui – continuano i penalisti - questa espressa manifestazione di conformismo della Corte dimostra che, sul piano della libertà di autodeterminazione della magistratura, ben altri sono i percorsi da intraprendere”.
Insomma la questione merita continui approfondimenti. Qui e non solo.
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