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Tesori e tesorieri dei partiti, la vera storia

Disse Francesco Cossiga che «quei duecento milioni di euro erogati sotto l’ipocrita formula di rimborso elettorale sono solo una minima parte dei soldi di cui i partiti possono effettivamente disporre ogni anno. Significa che, come accadeva durante l’assai maltrattata Prima repubblica, i bilanci dei partiti, di tutti i partiti, sono ancor oggi sistematicamente falsi». Lo disse due anni fa al Qn, lo ribadì nel suo ultimo libro-intervista (‘Fotti il Potere’, edito da Aliberti). Nessuno reagì, tutti fecero finta di nulla. Lo stesso trattamento riservato quasi vent’anni prima a Bettino Craxi. 3 luglio 1992, dall’ultimo discorso pronunciato dal leader socialista alla Camera: «Ciò che bisogna dire, e che tutti sanno del resto, è che buona parte del finanziamento politico è irregolare o illegale… Non credo che ci sia nessuno in quest’Aula, responsabile politico di organizzazioni importanti, che possa alzarsi e pronunciare un giuramento in senso contrario a quanto affermo». Seguì un agghiacciante silenzio. Nessuno si alzò. I partiti, con la sola e solita eccezione dei radicali, allora come oggi preferirono parlar d’altro.
Tra le parole di Craxi e quelle di Cossiga si compie dunque il ciclo politico della cosidetta Seconda repubblica. Una repubblica fondata sull’ipocrisia — le ‘mani pulite’ — e nell’ipocrisia poi fatalmente affondata: ohibò, il bilancio della Margherita era opaco; perbacco, Lusi affidava i fondi del partito a una società canadese; ma guarda, il tesoriere della Lega fa operazioni finanziarie addirittura in Tanzania; ma pensa, il braccio destro di Bersani aveva creato una rete di potere incrociando affari e politica; chissà perchè il portavoce di Franceschini aveva soldi all’estero?; che strano, a Montecarlo Alleanza nazionale era in affari con una società off shore… Tutti lì a sgranare gli occhi, a dichiararsi stupiti. Anche i leader, soprattutto i leader. Perchè passare per fessi è il male minore. Del resto, a questo servono i tesorieri: a sporcarsi le mani con i soldi, lasciando così il più possibile pulite quelle del segretario.
Nulla è dunque cambiato, allora. I partiti si sono un po’ asciugati, hanno meno beni e meno dipendenti, eppure nel decennio ’98-2008 il «rimborso elettorale» è cresciuto del 1.110%. E se si sommano le spese per i gruppi, i contributi per i giornali, i prelevamenti più o meno forzosi dalle buste paga degli eletti, si arriva a circa 400 milioni l’anno. Solo per parlare di quel che è lecito. Al netto degli arricchimenti personali, c’è infatti anche il finanziamento illecito. Che inevitabilmente proviene dalle provviste di denaro di cui dispongono grandi e medi soggetti economici. L’industria, l’azienda, la banca, la lobby: molti evadono, molti hanno soldi non dichiarati nascosti da qualche parte, molti foraggiano la politica. Il che ‘costringe’ i partiti a fare altrettanto. E dove lo mettono, i partiti, tutto questo ‘nero’? In conti esteri, naturalmente. Regolarmente intestati a familiari, amici, prestanome… E spesso cercano di farlo fruttare attraverso operazioni a volte scriteriate, a volte ‘mirate’. Quando va bene, ce n’è per tutti. Quando va male, pazienza: il denaro perso è sempre altrui. Nascono da quest’intreccio molte delle situazioni che lasciano oggi apparentemente sbalorditi grandi e piccoli leader di partito. Gli stessi che fecero finta di non sentire la roboante affermazione di Cossiga: «Non c’è leader politico che non possa essere sbattuto da un momento all’altro in galera per tangenti o quantomeno per aver favorito il finanziamento illecito del proprio partito».