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Il modello

AVVISO alle ragazze interessate: le foto relative al soggetto di cui vi sto per parlare sono consultabili all’indirizzo http://www.insidetoronto.com/sports/article/1289384. La racconto perché fa pendant con il penultimo post, quello sul giocatore canadese che ha fatto il missionario. Anche Mike Di Carlo è canadese, di ovvie origini italiane come capita a molti, dalle parti di Toronto. Solo che invece che sognare di fare il pastore di anime, sta già facendo l’animatore di abbigliamento intimo. Cresciuto a North York, laureato al college York Mills, 21 anni, Di Carlo vuole lavorare nel marketing sportivo quando sarà laureato al George Brown College. Nel frattempo gioca a pallavolo e fa il modello. E prende la cosa con una certa filosofia, a quanto pare. Come ha fatto finora con gli infortuni: operato due volte al ginocchio sinistro e una volta al destro, nell’ultima partita dopo un colpo ricevuto il suo pollice si è lussato e ha assunto una posizione innaturale. A fine partita, Mike ha raccontato: “Sono stato in situazioni peggiori. Vedere un dito che pende di lato non è un dramma, è lo sport e queste cose possono accadere. Quando il medico lo ha rimesso dove doveva essere, ed è stato doloroso, mi ricordo di aver giocato bene perché ero molto carico”. Di Carlo ha sempre giocato a pallavolo nei suoi anni da studente, “ma in realtà mi piace di più il beach volley, nella bella stagione a Toronto”. Al momento la sua squadra punta ad arrivare ai playoff di zona fissati, in programma dal 23 al 25 febbraio a North Bay, e magari il mese dopo alle finali nazionali ad Abbotsford, British Columbia.

Di sicuro, il ragazzo non è capace di stare con le mani in mano: mentre studia e gioca, ha trovato il tempo di avviare una discreta carriera da modello. Lo ha contattato un agente dopo una partita, e lui subito ha pensato: “Io, un modello? Poi mia madre mi ha spinto a provare. I genitori sono favorevoli, la sorella pensa che sia figo, ma ci sono ancora alcune persone, e alcuni amici, che mi prendono in giro. E io lo accetto”. Anche perché nel frattempo è entrato in un giro buono, finendo per essere messo sotto contratto da una delle più grandi agenzie canadesi, con passaggi su tv, internet e riviste.

Una parte dei soldi guadagnati è finita all’Associazione canadese per la salute mentale, perché ha due cugini autistici. Delle sue entrate comunque non parla, anche se accetta di stilare una classifica degli abiti con cui ha posato: “Il migliore è stato un Hugo Boss su misura, costava circa 4.000 dollari. L’ho portato in Italia, a Milano. Abbiamo fatto un sacco di foto per alcune riviste importanti, sono stato là tre mesi tutto spesato, è stato semplicemente favoloso, ma non sono riuscito a tenere il vestito”. Resta misteriosa una sessione di scatti in quelli che vengono chiamati ‘collant oro’: “Non la dimenticherò mai, ma questo è tutto ciò che dirò”.