Meno monotonia, più soldi
Il ministro Fornero sta dicendo molte cose sulla riforma del lavoro. Oggi ne ha detta una importante: la flessiblità va pagata di più. ‘’Se un datore di lavoro trova che la flessibilita’ e’ un elemento positivo per ragioni organizzative, perche’ le modalita’ produttive cambiano, be’ un po’ dovrebbe pagare. Quello che dobbiamo rompere e’ il meccanismo per cui i lavori flessibili sono anche quelli che costano di meno’’. E, anche se non è nuovo, un buon punto di ripartenza per scalare una montagna pericolosa. Anche alla luce dell’immediata levata di scudi contro la “flessibilità buona” desiderata dal ministro che, a scanso d’equivoci, ha difeso il posto fisso. Almeno come ambizione. Le parole di Fornero, almeno su questo punto, sono state chiare, meno felici quelle su Marchionne per almeno due ragioni. Dice il ministro: “‘Thatcher potrebbe essere usato per lui piu’ che per me. Soprattutto penso che usa metodi thatcheriani”. Ora, non si capisce bene se il ministro consideri essere tatcheriani un complimento o una critica, non si intuisce neppure se consideri il modello Pomigliano – che per ora è l’unico ad avere tentato di rispondere alla globalizzazione modificando l’organizzazione del lavoro e insistendo meno sulla flessibilità in entrata e in uscita – un modello da perseguire o meno. Probabilmente sì, ma non è chiaro.
Chiaro, invece, il discorso della “flessibilità buona”, quella che non vincola il lavoratore a una sola impresa ma non lo lascia per strada. Il modello indicato è quello danese, modello di flexsecurity che è piaciuto e ispirato mezzo mondo e governi di destra e di sinistra. Modello che, però, nel tempo ha inevitabilmente mostrato qualche crepa. Come il fatto che il lavoratore che si trova a spasso riceve un sussidio ma se rifiuta le offerte di lavoro che gli arrivano nel frattempo, dopo un anno lo perde. Meccanismo apparentemente corretto ma che – secondo alcuni osservatori – avrebbe finito per penalizzare i lavoratori più qualificati.
Il mix di ingredienti che il governo si prepara a cucinare entro marzo, però, lasciano intendere che qualcosa di ben strutturato possa uscire da palazzo Chigi: ragionamenti su modelli contrattuali a tutele progressive o sulla scuola di Copenhagen vanno in questa direzione. E hanno il pregio di non puntare tutto sull’articolo 18. Il che non significhi basti a convinvere alcune parti del sindacato, la Cgil di Susanna Camusso, che nella sua intransigenza è altrettanto chiara quanto il ministro: parlare sempre dell’articolo 18 e delle troppe tutel, questo s che è monotonia, non fa parte della trattativa. Riforme senza accordo sarebbero ingiuste. E così via.
Il quadro di fondo, però, rimane sempre lo stesso. E ha un buco nel mezzo della tela: la poca crescita che affligge l’Italia da decenni. La saggezza popolare dice che quando l’acuq aè poca la papera non galleggia. Senza crescita non si va da nessuna parte, ma la crescita non si fa per decreto. Cresci Italia può aiutare. Se poi lo Stato pagasse in fretta i propri debiti con le imprese, aiuterebbe.
Una domanda per chiudere: siamo sicuri che l’articolo 18, e le tutele conseguenti, preoccupino di più i giovani in cerca di lavoro che non i cinquantenni (loro genitori?) alle prese con le incertezze del momento e, nei casi peggiori, con posti di lavoro andati perduti. Risposta non scontata, alla luce di quanto la crisi abbia messo alla prova duramente tante famiglie