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Lo zen e la manutenzione del posto di lavoro

La via d’uscita per non impantanarsi di nuovo sulla riforma dell’articolo 18 e sulla giusta causa di licenziamento ora si chiama manutenzione. Parola che piace ai sindacati, anche se non a tutti. Parola che non dispiace alle imprese. Anzi, “robusta manutenzione”. Come ha spiegato il segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, che dalla formula ha trovato la spinta per aprire uno spiraglio sulla parola da non dire al tavolo della riforma: articolodiciotto, appunto. Che di quello – è la pregiudiziale dei sindacati, Cgil in testa – non si parla. Schermaglie. Che nell’attesa consentono una sorta di meditazione zen sulla manutenzione del posto di lavoro (e non della motocicletta, come nel libro di Robert Pirsig). In attesa del satori, l’illuminazione, prendiamo luce dal vocabolario on line della Treccani (copio e incollo):

manutenzióne s. f. [dal lat. mediev. manutentio -onis, der. della locuz. manu tenere: v. mantenere]. –

1. Il mantenere in buono stato; in partic., insieme di operazioni che vanno effettuate per tenere sempre nella dovuta efficienza funzionale, in rispondenza agli scopi per cui sono stati costruiti, un edificio, una strada, una nave, una macchina, un impianto, ecc.: m. ordinaria, straordinaria; m. di strade, di argini, di canali; m. di macchinarî, di autoveicoli, di armi; lavori di m.; l’ascensore è fermo per m.; assumere, avere la m. di un impianto, l’incarico di provvedere alla conservazione e al buon uso di questo, eseguendo anche, se necessario, le opportune riparazioni e sostituzioni di pezzi.

Che, detta in modo più spiccio e adattato al tema di cui si parla, si potrebbe sintetizzare così: riforme. E siamo punto e a capo. Perché è proprio quanto a decidere che conservare, e quali pezzi riparare o sostituire, che il gioco di fa duro, la mossa del cavallo ardita nel saltare gli ostacoli, l’arrocco dietro all’angolo. Coi bianchi da una parte a tentare lo scacco ai neri in una strana partita a tre: quella che entra nel vivo questa settimana, tra governo, parti sociali e partiti  (specie quelli che il governo sostengono, specie quelli come il Pd, più vicino al sindacato meno disponibile la Cgil).

Aiuta poco, ma fa capire il guazzabuglio, anche il punto 2 del lemma preso dal vocabolario Treccani (quello giuridico, copio e incollo di nuovo):
 
2. Nel linguaggio giur., il mantenere o ristabilire nella piena efficienza il possesso di un immobile o di un diritto reale su un immobile altrui.
 
Sostituite la parola immobile con posto di lavoro e anche qui tornate punto a capo: a quel reintegro sul posto (immobile) da anni spina nel fianco di quanti dicono che così non si può andare avanti (sindacati compresi, Cgil compresa). A complicare la partita a scacchi c’è, poi l’arbitro, che ha le sembianze dell’Unione europea, che un po’ di riforme è andata chiedendo, in parte ottenendo risposta. Perchè  c’è poco da ironizzare sul Monti che mette in guardia: l’articolo 18 respinge gli investimenti. C’è poco da replicare (Camusso) che così è lo stesso professore ad allontanare gli investimenti. Magari ha solo detto che il re è nudo (oltre che precario).
 
E allora tanto vale tornare all’inizio, alla frase:
 
manutenzióne s. f. [dal lat. mediev. manutentio -onis, der. della locuz. manu tenere: v. mantenere].  

E appendersi a quel v.mantenere. Perché di questo, al fondo si tratta: riuscirsi a mantenere. In vita, il governo tecnico che di flessibilità dovrà dare prova all’altezza di tiramolla, strattonato com’è da destra,  sinistra e persino dal centro con il rischio – per effetto di forze contrapposte – di rimanere immobile. E  mantenersi in vita, i lavoratori. Che poi, l’articolo 18 preoccupa (anche a raginoe) più i padri di mezz’età che ne benficiano, e meno i figli che non lo conoscono e chiedono giustamente prima un posto e poi l’ombrello. Tutti alla ricerca, loro sì, di una manutenzione robusta dello sbarcare il lunario. Insensibili al ripetersi dello scacco al re, preoccupati semmai che lo scacco matto li colga dalla parte sbagliata della scacchiera.