La mobilità delle esternazioni
CREDO sia inutile scandalizzarsi tanto. In un mercato del lavoro dove la mobilità è diventata uno dei principali requisiti non solo per non essere tagliati fuori ma soprattutto per essere considerati, mettersi in gioco dando la propria disponibilità ad andare a lavorare lontano da casa ed essere pronto ad accettare anche sfide lavorative diverse diventa fondamentale. A mio avviso le esternazioni del premier incaricato Mario Monti e del ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri, vanno contestualizzate. Anche se il periodo negativo per l’occupazione è sotto gli occhi di tutti, con migliaia di persone che hanno perso il posto di lavoro e con migliaia di giovani, anche laureati magari con tanto di master, che faticano a trovare un impiego e uno stipendio che superi, se va bene, i mille euro. Né Monti né la Cancellieri penso volessero offendere chi un lavoro non lo trova e non ce la fa ad arrivare a fine mese. Ritengo, invece, che abbiano voluto focalizzare concetti importanti per i giovani di oggi e per spronarli a uscire dal proprio recinto dorato.
IL DESIDERIO dei ragazzi di voler trovare un posto di lavoro vicino a casa, in modo da non allontanarsi dai propri affetti e perché no dalle proprie comodità, è legittimo. Ma oggi è un po’ troppo azzardato mettere avanti questa priorità. Fa anche parte del retaggio culturale di noi italiani. Spesso sono i genitori stessi a stare ‘troppo addosso’ ai figli, a non volerli lasciare andare. Non bisogna generalizzare, ma spesso succede anche questo. Non è il caso di chi cerca disperatamente un lavoro. Perché chi soffre di più, chi ha la necessità impellente di trovare un lavoro per vivere e non ha le spalle coperte da mamma e papà, è più disposto a fare sacrifici e a mettersi in gioco, ad accettare ogni sfida o, perché no, qualsiasi posto gli venga offerto. Sono invece coloro che vivono comodi in famiglia a concedersi il lusso di poter scegliere. Non accettano un posto perché è troppo lontano da casa, perché poi si sentiranno ‘pesci fuor d’acqua’, non avranno vicino gli amici e la fidanzata o il fidanzato. Oppure scarteranno come primo impiego quello che proprio non corrisponde alle proprie esigenze, all’esperienza di studi che hanno fatto. Dalla mia giovane e limitata esperienza, posso dire che tutti i miei amici che dopo l’università sono andati fuori regione, chi a Roma chi a Milano, un impiego, anche qualificato, lo hanno trovato eccome. Hanno lavorato diversi anni lontano da casa, dalla nostra piccola città di provincia, e a un certo punto hanno potuto scegliere: rimanere nella metropoli o rientrare. Ridimensionando magari la tipologia di lavoro e le aspirazioni di carriera. Ma quelle sono scelte di vita.
MA SI SONO buttati e hanno fatto la loro esperienza. Proprio qui entrano in gioco le esternazioni di Monti e della Cancellieri. Dire che il ‘posto fisso è una noia’, non significa prendere in giro chi un lavoro non lo trova, ma stimolare, chi può permetterselo in base alla propria formazione, a guardare al di là del proprio naso. E anche a prendere su le valigie e lasciare casa di mamma e papà. Certo, all’inzio saranno sacrifici: una stanza in un appartamento condiviso o un monolocale, ma intanto si cresce e si fa esperienza. In Italia siamo tutti bravi a lamentarci quando c’è qualcuno che dice ciò che tutti pensano ma nessuno ha il coraggio di gridarlo. Solo l’esternazione del viceministro del Welfare Martone mi ha spiazzato un po’. Credo sia eccessivo giudicare uno sfigato chi non si laurea entro i 28 anni. Certo, se qualcuno lo fa apposta perché si è adagiato nella bella vita universitaria a spese dei genitori, ha un senso. Ma per chi lavora per permettersi gli studi o per chi si laurea più tardi solo perché non riesce a fare di più, mi sembra eccessivo. Va bene contestualizzare le frasi dei ministri, ma senza esagerare. Strano Paese