Daniel Johnston, i 51 anni di un formidabile genio
Il suo registratore Sanyo costava 59 dollari. Le più belle canzoni dalla cameretta sono sue. Troppo piccola quella stanza di Sacramento per contenere tutto il genio di Daniel Johnston. Venerato da Kurt Cobain che, orgogliosamente indossava una maglietta con un suo disegno, e da Tom Waits che ha messo la voce e l’anima nel disco-tributo di sei anni fa “Discovered-Cover”, Daniel Johnston viene considerato il maestro del lo-fi (low-fidelity), la bassa fedeltà, quando il lo-fi non esisteva ancora. E prima che diventasse una moda. Lui non ci faceva o ci fa, lui c’è proprio. E quando l’etichetta spagnola, Munster, due anni fa ha deciso di pubblicare un suo greatest hits non poteva scegliere titolo migliore: “The story of an artist”: in quei cd ci sono i primi lavori di Daniel, talvolta impegnativi già dalla prima lettura come “Songs of Pain”. Era il 1981 e quelle canzoni del dolore erano state scritte, suonate e registrate da Daniel, pensando ai pochi mezzi tecnici a disposizione: il suo Sanyo da 59 dollari e un organetto. E poi la voce. Una voce che può sembrare lamentosa e che non sarà mai come quella dei Beatles, lui che disse: ”A 19 anni volevo essere i Beatles, ci rimasi male, quando mi accorsi che non sapevo cantare”. Però continuò a cantare il suo rapporto mai semplice con la vita, con i demoni della vita che si agitavano e si agitano attorno a lui, il suo rapporto con la fede (è nato da una famiglia cristiano-metodista). Il suo manager, almeno fino a qualche anno fa, era suo padre, un ottantenne. E lui, Daniel, usciva ed entrava in istituti psichiatrici. Aveva spesso crisi di pianto e annullava le date. In Italia l’aspettiamo da tempo per rivederlo. E il sogno sembra ora realizzarsi in questo 2012 che non è un anno qualsiasi per Daniel: ha festeggiato nel 2011 il suo mezzo secolo di vita (è nato il 22 gennaio 1961) e si prepara per un nuovo tour. Non c’è niente di scontato nella vita di Daniel. Nessuna mossa è fatta per vendere più dischi o per guadagnarsi qualche comparsata televisiva. Non ne ha bisogno. Un critico americano arrivò perfino a paragonarlo a Van Gogh per il suo bipolarismo, per le sue sofferenze e soprattutto per il suo genio. E nel segreto di quella stanzetta di Sacramento Daniel oltre a comporre i suoi pezzi, disegnava pure. Un artista. Un vero artista. Vederlo in Italia, incrociando già le dita per la data del 23 aprile al Piper di Roma, è quasi d’obbligo. Riascoltarlo è forse un dovere per capire come il cantautorato americano gli sia debitore. Due che se ne sono andati troppo in fretta come Vic Chesnutt e Mark Linkous stravedevano per lui. Mark Linkous, mister Sparklehorse, nel 2003 lo va a recuperare dopo un’ennesima crisi depressiva e insieme realizzano un disco memorabile “Fear yourself”. Da lì riparte la second life di Daniel Johnston che è come la prima. Sempre sul filo del rasoio. Sempre borderline tra i suoi mondi onirici, fin quanto è possibile materializzarli con la propria immaginazione, ma tremendamente affascinanti quando vengono messi su un disco. E nel 2005 il regista Jeff Feurzeig gli dedica un film-documentario “The devil and Daniel Johnston”. Le gallerie d’arte si accorgono che non sa solo contare ed espongono le sue opere. Un geniaccio maledetto. Buon compleanno Daniel e ti aspettiamo in Italia.