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Monti in America e le domande sull’Europa

Jean Pisani-Ferry, economista, già presidente del think tank Bruegel, in un libro uscito in Francia alla fine dello scorso anno, a proposito della crisi di Eurolandia, si chiede: «Qual è la vera domanda?». Ovvero: «Dietro agi grafici, a procedure e meccanismi, ci sono i princìpi che devono essere sempre più chiamati in causa: coesistenza, solidarietà e democrazia». I meccanismi tecnici, in sostanza, li  conosciamo, ora i leaer delle democrazie nazionali europee devono dirci qualcosa che non sappiamo. Rispondere a queste domande, per esempio: dove vogliamo andare? Andiamo nella stessa direzione? Vogliamo andarci insieme? E, se sì, in che modo?
Paradossalmente, forse, i mercati aspettano proprio una voce non flebile che si pronunci su questi temi, oltre che su accordi e tecnicalità. Un lavoro da politici, insomma, non da tecnici.

Altrettanto paradossalmente, però, le migliori risposte in Europa le sta dando, con la sua tecnicalità, il presidente del consiglio italiano Mario Monti. Che, nell’ordine 1) sul fronte interno ha preso misure e ha annunciato riforme che hanno un po’ allontanato il paese dal baratro. 2) Ha rotto il tandem Merkozy facendo del bene non solo al ruolo dell’Italia, ma contribuendo a riportare acqua al mulino del dimenticato metodo comunitario con il quale l’Europa si è fatta. 3) Ha rinsaldato (risvegliato sarebbe meglio) l’interesse degli Stati Uniti per l’Italia e per il vecchio continente.
Rinnovato asse con Washington ma non scontato. Il feeling di Obama per l’Europa (non solo per l’Italia di Berlusconi) non è mai stato eccezionale, specie all’inizio del suo mandato Notava Le Monde in un articolo del 9 giugno 2011: Dopo essere stata ignorata da Barack Obama all’inizio del suo mandato a vantaggio dell’Asia e del mondo arabo, l’Europa torna a rappresentare una priorità per il presidente americano. Secondo Le Monde la visita della cancelliera Angela Merkel a Washington del 6 e 7 giugno (la prima di un leader tedesco dal 1995) e la partecipazione di Obama al G8 di Deauville segnano un punto di svolta nella politica estera statunitense. «Ma perché proprio ora?”, si chiedeva Le Monde. Perché «si è rivelato difficile lavorare con Cina, Brasile e Turchia. Obama ha capito che non esiste interlocutore migliore dell’Europa», spiegava al quotidiano parigino Charles Kupchan del Council on Foreign Relations. L’accoglienza riservata a Monti va inserita in questa ritrovata strategia americana, se non si vuole limitarne il significato ai toni fin troppo trionfalistici — un po’ di sobrietà in più non guasterebbe anche tra gli osservatori — che stanno accompagnano la due giorni americana del presidente del Consiglio.

E qui entra in ballo l’altro ’tecnico’  italiano a cui guarda il mondo intero e che ha un po’America nella sua strategia: Mario Draghi. Il Governatore della Bce, pur all’interno del rigoroso rispetto dei trattati e della linea prussiana dell’eurotower,  sta affrontando la crisi con interventi e stile che fanno soffiare un po’ di aria americana a Francoforte. I due Mario — sulla scia della forte vocazione italiana all’Europa, da Spinelli a De Gasperi e via dicendo, ciasuno nel proprio ambito di competenza, stanno, da tecnici facendo politica nel senso più alto del termine. Quella sola che può dare risposta al bisogno di Europa. Come auspicato anche,dal presidente Napolitano: “L’Europa parli con una sola voce”. . Europa che ha bisogno di nuovi costruttori. Incontrandoli i riconoscono: sembrano tecnici,  sono qualcosa di più.

twitter: @pgiacomin