L’Italia a due velocità
Treni estirpati. Corse soppresse. Come bestie malate al mattatoio. E ormai andare alla stazione è come giocare al Superenalotto: tenti la fortuna. E se ci becchi, sei fortunato. Quel che è peggio è che se vinci, scopri una realtà: l’Italia a due velocità. Mi spiego: un giorno dovevo andare a Torino per un impegno letterario. Il primo tratto marchigiano-emiliano me lo faccio in interregionale. Carrozze come quelle del far west, gelate, ma non al fior di fragola, al fior di fiato pestilenziale.
Credevo di tirare un sospiro di sollievo nell’attesa spasmodica di salire sul treno dell’empireo, quello dell’alta velocità. E invece con altrettanta velocità è calata in me una mestizia da emigrato. Montato sul bolide che portava in cielo, mi avvolge l’odore insolente di “gente nova e subiti guadagni” che gioca all’uomo d’affari coi suoi tablet e smartphone. Staranno sbirciando siti innominabili e laide foto, ma s’atteggiano come superuomini della finanza. L’alta velocità schizza a tutta e io lì, a guardare fuori, l’altra Italia che cammina, sulle rotaie quasi parallele: una sbuffante caffettiera demotivata dalla livrea bianco, verde e blu. Cammina in fretta, s’agita, tremola, è quasi spaurita accanto al gigante bello e possente che sfreccia senza batter ciglio, senza fermate, senza sussulti, impettito come i signori che lo abitano, silenti e austeri, immersi nelle loro navigazioni quotidiane.
La caffettiera interregionale arranca, resta imbrigliata nelle nebbie d’anonime stazioni di pianura, mentre l’alta velocità conquista senza colpo ferire Milano Centrale. Con un occhio già a Porta Nuova. E il viaggio continua. Con le due Italie che camminano parallele. Senza mai sfiorarsi.