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Europa, diteci qualcosa che non sappiamo già

I MERCATI — da quello dei Btp alle Borse — hanno snobbato lo schiaffo di Moody’s a Monti e ai leader di mezza Europa. Moody’s, in fondo, dice cose che sappiamo già: che l’Italia non è la Grecia, per esempio. Ma che non basta promettere di fare i compiti a casa e poi lasciare il quaderno in bianco (lo sa qualsiasi genitore, figuriamoci la Merkel). Quel che non sappiamo ancora, invece, è cosa vogliono fare dell’Europa i governi europei. Scrive Jean Pisani-Ferry, economista, già direttore del think tank Bruegel, in un libro uscito in Francia a fine 2011: Qual è la vera domanda? Dietro ai grafici, alle procedure e ai meccanismi, ci sono i princìpi: coesistenza, solidarietà e democrazia. Ce ne vogliamo occupare? Il libro ha un titolo significativo: «Il risveglio dei demoni». Per affrontare i quali le soluzioni tecniche abbondano, ma la visione del futuro comune langue. Risposte a domande tipo: dove vogliamo andare? Vogliamo andarci insieme? E, soprattutto, in che modo?

RISPOSTE che costringono ad affrontare tre apparenti paradossi. Il primo: tra le poche risposte politiche ci sono quelle date finora da due tecnici (italiani), Mario Monti e Mario Draghi. Il primo, da presidente del Consiglio, è riuscito da un lato a frenare in corsa il tandem Merkel-Sarkozy e a ridare fiato al metodo comunitario. Dall’altro lato ha chiarito che tipo di Italia vorrebbe trovare all’uscita di Palazzo Chigi: più meritocratica, più stabile, meno indebitata, più competitiva. Con uno spread minore non solo tra Btp e bund, ma anche tra ciò che siamo e ciò che potremmo essere. Parole da politico. Draghi invece, senza strappare coi trattati europei e l’ortodossia tedesca, sta guidando la Bce con manovre attente alla crescita, un po’ più in stile Fed. Il secondo paradosso è l’euro: il maggior successo dell’Ue non è figlio solo di tecnocrazie, ma della scelta degli Stati di delegare il potere di battere moneta. Un pilastro fondamentale di ogni Stato. Salvo che, battuta moneta, il passo successivo (la politica economica) è stato incerto. Il terzo paradosso è nel Dna dell’Ue: dalla Ceca a Maastricht, l’Ue è stata costruita come un puzzle di cessioni di sovranità senza aspettare l’abbrivio di un accordo solenne sui principi. Saremmo, altrimenti, ancora qui ad aspettare. Lo si è visto qualche anno fa con la Costituzione e l’Europa spaccata sulle radici cristiane. Il prossimo passo, però, non potrà essere solo tecnico. Non lo fu, a guardare bene, neanche il primo: i padri fondatori sapevano delle miserie e delle tragedie lasciate alle spalle. Cautamente fecero grandi passi corti, guidati da una veduta lunga.

Twitter: @pgiacomin