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Un ricordo di Renato Dulbecco: quel genio così alla mano

Rossella Martina
Renato Dulbecco avrebbe compiuto 98 il giorno dopo. Invece è morto, il 21 febbraio, a La Jolla, in California, dove viveva con la moglie e collega Maureen Muir.
La semplicità con cui lo scienziato, Premio Nobel per la Medicina nel 1975, riusciva ad esprimersi, era pari alla semplicità del suo atteggiamento nei confronti degli altri e del mondo. Una doppia semplicità che era in Dulbecco sintesi e insieme emblema di un’intelligenza geniale e di una rigorosa coscienza laica.
Il grande pubblico aveva imparato ad amare l’anziano ma brillantissimo ‘buon maestro’ che spiegava i cromosomi in tv; che si prestava divertito al varietà per raccogliere fondi per la ricerca scientifica e per evitare la ‘fuga dei cervelli’ italiani (come fece a Sanremo con Fazio, nel 1999).
Ma forse proprio la disponibilità sorridente e diretta e l’assoluta mancanza di egocentrismo che l’hanno reso tanto popolare, hanno impedito a molti di soffermarsi a pensare quali fossero gli altri suoi meriti. Sapevamo che gli era stato assegnato il Premio Nobel e tanto bastava.
In realtà la sua biografia, privata ma soprattutto scientifica, è straordinaria.
Dulbecco era nato il 22 febbraio del 1914 a Catanzaro (la madre era della vicina Tropea, mentre il padre, geniere civile, era ligure). La prima guerra mondiale portò la famiglia a Imperia. Lì Renato frequentò il liceo, si diplomò a 16 anni. Nello stesso anno, il 1930, si iscrisse all’Università a Torino. Medicina – un ‘richiamo emozionale’ – sebbene la sua passione fosse la Fisica.
A Torino, con il professor Giuseppe Levi, si appassiona alla biologia e in laboratorio conosce Salvatore Luria e Rita Levi Montalcini. Si laurea a 22 anni e immediatamente viene richiamato al servizio militare. Quando sta per tornare agli amati vetrini, la guerra gli rimette la divisa e lo porta sul fronte francese e poi nell’inferno della Russia dove, nel ‘42, sul Don, scampa per miracolo alla morte. Per mesi resta ricoverato negli ospedali sovietici, poi finalmente il ritorno. In Italia, ma non a casa, perché nel frattempo il governo Mussolini è caduto e il giovane Dulbecco si unisce alla Resistenza piemontese. Un breve impegno nel Comitato di Liberazione per la ricostruzione e finalmente è di nuovo uomo di studio e di ricerca.
Per due anni frequenta, oltre all’Istituto Levi, anche le lezioni alla facoltà di Fisica. Poi, è il 1947, accetta la proposta di Luria, che già si trova negli Stati Uniti, e lo raggiunge. Gli ultimi dubbi vengono superati grazie alle esortazioni dell’amica e collega Levi Montalcini, anche lei in procinto di ‘emigrare’ in America.
Dulbecco inizia così a studiare alcuni meccanismi genetici nei virus batteriofagi in un piccolo laboratorio dell’Indiana, a Bloomington. Le sue scoperte sui virus si succedono rapide e sorprendenti e in pochi mesi gli permettono di arrivare al California Institut of Technology dove diverrà ben presto professore ordinario.
Nel 1955 riesce a isolare il primo mutante del virus della poliomielite: il passo necessario che permetterà a Sabin, due anni dopo, di preparare il noto vaccino.
Dulbecco intanto è già oltre, è arrivato all’oncologia, lo studio dei tumori. Naturalmente spingendo l’indagine là dove è ‘di casa’: nel nucleo della cellula. Dieci anni all’Istituto Salk di La Jolla e poi, nel ‘72, la chiamata a Londra presso l’Imperial Cancer Research Fund Laboratories. Qui mette a punto la scoperta che gli meriterà il Nobel: se un virus cancerogeno infetta una cellula, il suo DNA si incorpora nel materiale genetico della cellula stessa; lo altera, lo fa ‘impazzire’.
Praticamente tutto ciò che sappiamo dei tumori oggi nasce da lì. La scoperta di questo meccanismo è all’origine dello sviluppo delle biotecnologie antitumorali ma ha reso possibile anche la comprensione delle cause dell’Aids e le cure che ne sono derivate.
Potrebbe essere abbastanza ma non per Renato Dulbecco.
Ed eccolo allora nel 1986 lanciare quella che pareva un’utopia: la mappa del genoma umana. Un progetto accolto con entusiasmo in tutto il mondo che diviene anche simbolo di collaborazione universale. Lo stesso Dulbecco torna in Italia, dopo quasi 50 anni, per partecipare alla nostra parte del ‘Progetto Genoma’. Dopo alcuni anni la mancanza di fondi lo costringerà a tornare in America.
Ma non è stato l’ultimo sogno di Dulbecco: la sua battaglia più recente, tutta italiana, è stata a favore della sperimentazione sulle cellule staminali. Una battaglia ancora in corso, il suo ultimo generoso sforzo per ‘cancellare – come diceva lui – un altro po’ di sofferenza’.