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I colori di Milano

Ogni epoca ha i propri colori. La Parigi della prima metà del secolo scorso ha le tinte soffuse degli impressionisti, così ben evocate da Woody Allen e Martin Scorsese nelle loro rispettive ultime pellicole. Viceversa il ricordo della Milano degli anni Settanta è in bianco e nero. Un contrasto non solo cromatico, ma anche ideologico. Ed è da qui che è possibile ripartire andando a rispolverare immagini, protagonisti e storie come quella di Maurizio Azzolini.

E’ l’adolescenza l’età dell’uomo nella quale non sono ammessi chiaroscuri, in cui non esiste una mediazione. Tutto bianco o tutto nero. La nostra Repubblica, nata all’indomani della seconda guerra, dopo il boom degli anni Sessanta e il grande sogno di trasformare le macerie in oro, è poi precipitata nell’angoscioso baratro di un futuro pieno di incertezze. La rivolta dei figli contro i padri di quel sogno mancato ha portato altro sangue e distruzione, rovinando la vita degli uni e degli altri. Da quel passato riemergono immagini, filmati, documenti che ci ricordano anni tragici. La contrapposizione dei due mondi, gli uni contro gli altri armati, il becero scambio di accuse dovrebbero appartenere a quella logica malata che ha piegato il Paese riducendolo sul lastrico. L’ideologia fine a se stessa è solo servita ad azzerare i contenuti, privilegiando sterili diatribe, alimentando odio e divisioni, annullando ogni ipotesi costruttiva. Il distacco crescente dell’opinione pubblica dai partiti e da chi li rappresenta è dovuto anche al perpetuarsi del ricorso alle semplificazioni e a chi continua a voler far credere che il mondo sia diviso in due, da una parte i buoni e dall’altra i cattivi. Nel mondo reale non esistono steccati, recinti entro i quali vivono gli uni e gli altri. Ci sono uomini che hanno sbagliato e hanno compreso di aver commesso errori, altri invece che non l’hanno ancora capito né mai potranno farlo. Di certo nessuno crede che esista il cavaliere senza macchia. Forse stiamo crescendo, passando dall’adolescenza alla maturità, e certe favole non vorremmo più ascoltarle.

ugo.cennamo@ilgiorno.net