E spuntò la sexy barista bresciana: il rosa che non ti aspetti
Per una donna parlare di donne è come avventurarsi in un ginepraio. Il rischio di passare per un’austera bacchettona piuttosto che per una “easy lady” è dietro l’angolo. Del resto siamo sempre state abituate a squadrarci, a misurarci le une con le altre: si parte con il grembiulino rosa dell’asilo e non se ne esce più. Oltre a una malsana vena critica e autocritica noi donne abbiamo anche il maledetto difetto di prenderci tremendamente sul serio. E così sul corpo delle donne, sulla sua gestione, sulla sua tutela, sulla sua sacralità si sono combattute e si combattono guerre che finiscono con l’avere come uniche vittime le donne stesse.
Non ci eravamo ancora ripresi dalla farfalla di Belen che ecco spuntare la storia della sexy barista di Bagnolo Mella, per la quale si sono sprecate le citazioni da De André e ampi servizi televisivi. In sostanza la procace barista bresciana attirerebbe nel suo locale frotte di clienti, generando addirittura problemi alla viabilità cittadina ma soprattutto sollevando il disappunto delle compaesane, decisamente poco contente di vedere mariti-fidanzati-figli calamitati nel baretto come api al miele. Fa bene, fa male, troppo scoperta, troppo volgare. Tutti hanno da dire qualcosa. Dimenticando l’unico vero elemento antropologicamente esilarante della vicenda: questo codazzo di maschietti pronti, a detta della stessa barista Laura, a percorrere centinaia di chilometri per vederla.
Sull’annoso problema della mercificazione del corpo femminile sono sempre stata stretta tra la tendenza a un indignato j’accuse (cosa forse inevitabile per chi guarda allo sfavillante mondo patinato con distratto interesse) e un sottile fastidio per coloro che proprio additando il modo in cui le altre persone gestiscono il proprio corpo, finiscono inevitabilmente e inconsciamente con il trasformarlo in feticcio, con il portarlo al centro del dibattito esclusivamente come corpo, mero insieme di membra più o meno ammiccanti.
Eppure, a dispetto di una società dove per sponsorizzare uno yogurt inspiegabilmente si utilizza una donna a torso nudo, nessuno deve sentirsi condannato alla strumentalizzazione. Credo con cauto ottimismo nel libero arbitrio. E nella capacità delle esponenti del gentil sesso di confermarsi regine del tracciare bilanci. Sono cioè convinta che ognuna di noi farà i conti con la persona che è diventata, l’unico giudizio che conti realmente. E che ogni donna abbia la libertà di scegliere il modello al quale ispirarsi.
E smettiamola di pensare che le donne siano lì in agguato ad aspettare l’ennesima provocazione della showgirl di turno per prenderla a esempio (non siamo così sprovvedute) o per prenderla come bersaglio (abbiamo altro a cui pensare). Forse non ci si crederà ma la maggior parte delle donne, in perenne battaglia per farsi largo nella vita, ha già imparato a guardare certe performance con divertita compassione, ricordandosi che ognuna di noi (comprese quelle che popolano il sottobosco televisivo) rappresenta se stessa e non l’intero blocco del genere femminile.
Insomma il mio personale auspicio per il futuro del gentil sesso è che concentri di meno le sue energie su quanto scorre sul piccolo schermo (per il quale esiste un rivoluzionario strumento chiamato telecomando) per preoccuparsi di ciò che le donne sono silenziosamente ogni giorno negli uffici, nei palazzi del potere, nelle scuole: in tutto quel mondo che scivola davanti allo schermo e che è ciò che mi interessa. Senza doversi necessariamente arrovellare il cervello sul primo lepidottero che spunta malandrino dallo spacco di un vestito e riuscendo ad ascoltare storie come quelle della sexy barista bresciana con la dovuta, dissacrante, leggerezza.