Le antiche origini della violenza No-Tav
Luciano Violante, uomo d’ordine, dice d’aver letto con «stupore» certi servizi «di grandi quotidiani nazionali… compassionevoli nei confronti della illegalità e della violenza» in Val di Susa. Fenomeno discutibile, ma oggettivamente in linea con la tradizione di una repubblica dove la mafia ha serenamente convissuto con la Chiesa, lo Stato con la mafia, la Dc col Pci e le élite si schieravano «né con lo Stato né con le Br». Sabino Acquaviva, padre della sociologia italiana, lo dà per scontato. «La cultura nazionale italiana — dice — tende a giustificare tutto e il contrario di tutto. In origine era il segno del nostro sottosviluppo, ora è un fenomeno globale figlio dell’unico mercato di merci, valori e identità». E poiché nessuno crede più in nulla, se uno fa il suo dovere diventa «un eroe» e se un altro si cala un passamontagna sul volto dev’essere certo uno spirito nobile. Pertanto va compreso. E’ questa, parrebbe, la conclusione cui giungeva ieri Concita De Gregorio su Repubblica dopo aver ridotto a groviglio Brecht, Ronconi e i No-Tav. Acquaviva dissente: «A buona parte dei violenti frega poco della Val di Susa. Molti dei ‘locali’ sembrano spinti soprattutto da narcisismo, gli altri sono anarchici. Ma ricordano che Lenin disse: ‘La rivoluzione si fa parlando di gabinetti’. Di piccoli problemi concreti, cioè». Perciò cercano consensi in quelle comunità locali che ciclicamente si oppongono a una discarica, un inceneritore, una centrale elettrica, una linea ferroviaria…
Di buono c’è che, dice Acquaviva, lo spappolamento della società è destinato a contenere l’eversione: «Gli extraparlamentari degli anni Settanta erano milioni, questi solo alcune migliaia e, non essendoci più la classe operaia, non avranno mai una base sociale ampia come quella che fiancheggiò il terrorismo brigatista e i mille gruppi che allora praticavano la violenza per fini politici». Sempre di violenti, però, si tratta. Ed è questa un’altra costante nazionale: il fascismo, la guerra civile, il partito comunista più forte d’Occidente, le Br, le stragi di Stato, gli ‘antagonisti’… Perché tanta violenza? «Semplicemente perché non abbiamo un’identità nazionale né una cultura dello Stato, perciò attecchiscono gli estremisti e aggredire chi porta una divisa è normale». Sulle radici del fenomeno è stato ormai scritto tutto. A partire dal Risogimento come fatto d’élite, perfettamente rappresentato dal povero Carlo Pisacane che sbarcò a Sapri convinto che le masse contadine l’avrebbero seguito. Lo seguirono, in effetti, ma per fare a pezzi i suoi patriottici amici «giovani e forti» con roncole e forconi. «E poi — prosegue Acquaviva — c’è il peso della Chiesa, il cui messaggio culturale antinazionale si ripropone nel tempo in forme diverse e la cui cultura inclina a quello che lei chiama ‘cerchiobottismo’».
Epperò, sembra che sia in corso una svolta. Sulle violenze dei No-Tav i media stanno cambiando atteggiamento. Per corporativismo. «Nessuna ambiguità» era il titolo dell’editoriale del Corriere di ieri. «Se c’è stato ‘un malinteso’, allora è il caso di chiedere scusa», l’attacco del pezzo. Dove il malinteso è che i giornalisti sarebbero stati picchiati perché scambiati per poliziotti in borghese. Un problema serio, e infatti l’Unità ha affidato il commento al presidente della Federazione nazionale della Stampa, Roberto Natale. Picchiate i poliziotti, che son pur sempre il simbolo dello Stato, ma giù le mani dai giornalisti!