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Ammistrazioni locali: tra città che discutono e città che preferiscono sbadigliare

Area C: croce e delizia. Evocata con sentimenti contrastanti, Milano celebra il suo secondo mese di Congestion Charge. Una misura fortemente voluta (e largamente annunciata) dalla Giunta arancione made in Pisapia e sulla quale si stanno convogliando ora gli strali ora le benedizioni dei cittadini. Gli obiettivi? Certamente sulla carta non peccano di ambizione: l’Area C punta infatti a ridurre il traffico nella ZTL Cerchia dei Bastioni, a rendere più efficaci le reti di trasporto pubblico, a reperire risorse da destinare alla mobilità sostenibile e (dulcis in fundo) a migliorare la qualità urbana.

Un elenco di buoni propositi sul quale parrebbe impossibile non essere d’accordo e invece basta bazzicare per lavoro nel capoluogo meneghino per sapere come l’Area C sia diventata terreno di guerra: uno scontro che si combatte a suon di ricorsi, raccolte firme e proteste di commercianti e residenti della zona interessata. E ovviamente come in ogni battaglia mediatica che si rispetti, si va in scena anche sul web che sostanzialmente riflette la divisione presente tra i cittadini: il fronte della contestazione va dall’emblematico gruppo Facebook “No al Ticket Area C Milano” all’amletico “Area C Milano: un bene o un male?”. A prescindere da un giudizio di valore sul provvedimento una cosa resta indiscutibile: Milano, nella direzione giusta o in quella sbagliata, è una città in movimento. Si pensa a un provvedimento, lo si applica, poi la misura viene massacrata oppure osannata, comunque sia discussa. Ma insomma, accade qualcosa.

Eh sì, perché non è mica così scontato. Ci sono città che vivono serenamente e in maniera compiaciuta in un letargo dorato. Un letargo nel quale non accade nulla: anzi, nel quale non si prova nemmeno a fare accadere qualcosa. Basta infatti gettare lo sguardo a pochi chilometri di distanza dalla frenetica Milano per capire che la musica cambia e si trasforma in una soporifera ninna nanna. Benvenuti a Como: una città che ha fatto dell’immobilità il suo marchio di fabbrica, ostentandolo con una certa fierezza. Il dente è avvelenato, lo ammetto. Ma è il grido di dolore di chi ama un territorio e lo vede di giorni in giorno perdere la propria identità.

Un tempo Como era una delle capitali internazionali della seta: un crocevia di innovazione e creatività, un vero e proprio fiore all’occhiello per tutto il territorio lombardo. Ma i tempi cambiano e Como negli ultimi anni ha fatto fatica a tenere in mano questo pesante scettro, perdendo quell’egemonia nel mercato serico che l’aveva resa un polo di eccellenza. Ma c’è il lago, caspita: scenari manzoniani, ville lussuose, una vocazione turistica innata. Sarebbe troppo facile… Perché semplificarsi la vita valorizzando quello che la sorte ti mette sul piatto d’argento? E’ molto più stimolante vedere come se la cavano cittadini e commercianti imballando il lungolago per anni (ormai se ne è perso il conto) e murandoli temporaneamente ad altezza uomo. Le esilaranti vicende del cantiere babelico del lungolago e del suo muro (costruito-additato-abbattuto) sono ormai celebri in tutta Italia. E così da tempo per gli amanti del Lario godersi la passeggiata è diventata una corsa a ostacoli tra tristi oblò di plastica e avvilenti rendering di un progetto che sulla carta si sarebbe dovuto concludere anni fa.

Ma non finisce qui: lo scheletro di quella che fu la Ticosa (tintostamperia che rappresentava un vero e proprio pezzo di storia industriale del territorio) è stato abbattuto poche settimane prima delle scorse amministrative. Bene: ci prepariamo alla nuova tornata elettorale e sul fronte riqualificazione dell’area poco o niente si è mosso. Eppure cinque anni non sono pochi: le persone iniziano e finiscono le superiori nel frattempo, un bambino nasce e ha il tempo per imparare a scrivere. Ma a Como no, Como si crogiola nella sua apatia. Poco conta che nel frattempo la città sia diventata sporca (basta varcare le soglie del centro storico e la situazione diventa avvilente) grigia e annoiata (del resto le uniche crociate combattute negli ultimi anni riguardano i decibel dei locali della movida).

Probabilmente il confronto con la barricadera Milano e con tutto il baillame che circonda l’Area C potrà risultare infelice a tutti coloro che si trovano a vivere i disagi di una misura certamente perfettibile. Quello che però non bisogna dimenticare è che per lo meno l’amministrazione milanese ha fatto qualcosa per la quale sarà possibile giudicare il suo operato. Ha attuato un progetto ampiamente lanciato nel corso della campagna elettorale e pone quest’iniziativa al giudizio dei cittadini. Che sono liberi di criticarla, apprezzarla o chiedere di modificarla. Diverso è il caso di una città, un’amministrazione ma anche di un’opposizione che si dimenticano di dare una direzione al proprio agire politico. Che si lasciano vivere, privando lentamente il territorio della propria anima. Forse non sarà condivisibile ma preferisco una città che si muove, sperimenta e rischia di sbagliare a una città che ripiegata su stessa e chiusa in uno sterile e interminabile letargo.