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L’aspettativa

Un amico che si occupa di organizzazione sanitaria per l’assistenza a grandi anziani e, in particolare, a quelli colpiti da  malattie come Alzheimer e Parkinson, mi ha fatto una domanda terribile a proposito delle pensioni e dell’aspettativa di vita. La domanda è questa: «Non sono riuscito a trovare studi che mettessero in correlazione welfare e aspettative di vita crescenti, ne hai notizia?». No, e non ne ho trovati, ma la domanda è tutto fuorchè peregrina. In sostanza: è evidente che la maggiore aspettativa di vita è frutto di fattori diversi tra loro combinati. In primo luogo la ricerca scientifica, i progressi della medicina e quelli della tecnologia. Ma anche, se non soprattutto, dalla qualità della vita. Che è fatta non solo dai comportamenti (alimentazione, attività fisica, stili di vita salutari) ma anche dall’ambiente che ci circonda: reale e sociale. Insomma, i colpi della crisi, la maggiore povertà, i tagli allo stato sociale che si impongono a tutti gli Stati, che impatto avranno sull’aspettativa di vita? Ovvero: se ti curi meno, hai meno possibilità di fare affidamento su aiuti pubblici, se lavori di più non per scelta ma per obbligo, sei sicuro di campare più a lungo? Si attendono risposte. Intanto accontentiamoci dei dati contenuti nel libro bianco sulla previdenza nell’Unione europea.

Nel 2020 l’Italia sarà il paese europeo nel quale si potrà andare in pensione con l’età più alta: 66 anni e 11 mesi. Senza alcuna differenza tra uomini e donne. Nel 2060 l’età arriverà addirittura a 70 anni e tre mesi, conseguenza in particolare del  meccanismo che lega l’eta di pensionamento alla speranza di vita.

In Italia, nel 2010, la speranza di vita per un pensionato di 65 anni era 18,2 anni per gli uomini e 22 per le donne, ma anche che entro il 2060 la speranza di vita alla nascita in Europa dovrebbe aumentare rispetto al 2010 di 7,9 anni per gli uomini e di 6,5 per le donne. Ma qui torniamo alla domanda di partenza.