Premio Viareggio: meno soldi pubblici più amore per la cultura
.
Le parole che il professor Alberto Melloni, storico della Chiesa, intellettuale di prima classe e membro della giuria del Premio Viareggio-Rèpaci, ha scritto a Rosanna Bettarini, potrebbero essere usate come epitaffio per tutti i grandi premi letterari, almeno quelli italiani.
Le ultime vicende del Viareggio hanno portato alla luce la sempiterna “lotta per il potere” che si nasconde anche dietro alla maggior parte dei premi letterari e che talvolta costituisce la vera ragione della loro esistenza, assieme, è chiaro, a un certo numero di benefit per i giurati.
Del resto che l’autorevolezza dei grandi premi letterari sia scemata fin quasi a scomparire, lo dimostrano decenni di scandali e scandaletti di varia natura e consistenza disseminati lungo tutta la penisola: dal presidente che si frega i soldi, al nome del vincitore noto prima ancora che la giuria si riunisca; dalle pesanti e spesso decisive ingerenze delle case editrici, ai tanti giurati che, ritirato il gettone, non si sognano neppure di leggere uno solo dei libri in concorso.
Come ovviare? Ci sarebbe una ricetta semplice semplice e perfettamente in linea con i tempi: ridurre al minimo il contributo pubblico ai premi stessi che nel novantanove per cento dei casi vivono di ciò che versano loro gli enti pubblici.
Prendiamo ad esempio proprio il Premio Viareggio: il Comune eroga ogni anno 130mila euro, di cui 30mila per i premi da assegnare ai vincitori e 100mila per riunire e ospitare a varie riprese i giurati durante l’anno (offrendo loro ovviamente i migliori alberghi e i migliori ristoranti), per il rimborso dei viaggi, per pagare ai medesimi giurati il gettone di presenza.
Ma come ha dimostrato proprio la professoressa Bettarini lo scorso anno, le riunioni si possono fare per videoconferenza o addirittura per telefono senza far muovere i giurati i quali, in nome della cultura, dovrebbero rinunciare anche al gettone.
Dimezziamo poi il premio in denaro ai vincitori. Resterà solo da organizzare la premiazione ospitando a quel punto giuria e vincitori nell’albergo che offrirà il migliore pacchetto e ne avrà in cambio buona pubblicità.
Vedremo così quanti sono i premi letterari che resteranno in Italia. Vedremo quanti sono i giurati disposti ad accettare le nuove regole. Una selezione naturale che, oltre a far risparmiare denaro dei contribuenti, riporterà alle origini dei premi stessi, alle ragioni che spinsero leggendari fondatori come Rèpaci a idearli: amore per la cultura, disinteresse personale, il regalo ad altri di una parte del proprio tempo e della propria intelligenza come contributo e testimonianza di civiltà.