Afghanistan: la strage di Kandahar è un favore ai talebani
L’Afghanistan era già perso. L’ultima folle strage notturna di uno staff sergeant, un sergente capo, dell’esercito statunitense pesantemente armato e munito di visori notturni rende semplicemente più tormentati, difficili e probabilmente sanguinosi i mesi che ci dividono dal 2014, l’anno nel quale tutto il Paese dovrebbe essere riconsegnato alle forze armate di Kabul. Nel catastrofico epilogo di quella che avrebbe potuto essere una sfida esaltante per l’Occidente è irrilevante perfino capire se il militare fosse da solo, come sostiene il contigente Isaf a guida americana, o se alla sua carneficina abbia preso parte un’irresponsabile combriccola di colleghi che avevano affogato nell’alcool il peso del servizio in una roccaforte talebana. La seconda versione è accreditata dal portavoce degli studenti di Allah e da una vittima del raid. L’uomo si chiama Abdul Samad. Ha perso figlie e nipoti, in tutto undici familiari. Pare che appartenga a un influente e religioso clan tribale, come fa supporre il fatto che il suo nome è preceduto dal titolo di haji, l’alta qualifica della quale può fregiarsi solo chi ha fatto il pellegrinaggio alla Mecca.
Ma la voce che conta in questo frangente è quella del presidente Hamid Karzai, l’uomo che avrebbe dovuto far emergere il Paese dalle tenebre dei devoti al Corano a un’età dell’oro di democrazia, di diritti delle donne e degli individui, di dominio della legge. Ora Karzai si straccia le vesti per il “massacro imperdonabile che non potrà essere dimenticato”. Il nuovo patto con gli Stati Uniti, promette, non prevederà “la possibilita’ per gli americani di usare installazioni militari o basi nel nostro paese”’.
Le sue linee guida, il feeling per l’Occidente e per il potente vicino indiano, sono in frantumi. Si profila invece un ritorno massiccio dell’influenza pachistana e di quello che è sempre stato il braccio armato e marciante di Islamabad, leggi i talebani. In questo marasma si troveranno coinvolti i circa 4200 militari italiani che sono ancora schierati in Afghanistan fra la capitale, Herat e le province della regione Occidentale.
Soldati che hanno saputo combattere solo quando è stato strettamente necessario e che hanno creduto alla teoria del generale David Petraeus, il teorico della conquista delle “menti e dei cuori” degli afgani. Petraeus, un cultore di Lawrence d’Arabia, ha sognato di ripetere in Iraq e in Afghanistan i successi delle truppe arabe nella guerra contro l’impero ottomano durante il primo conflitto mondiale, ma non c’è riuscito. L’Iraq è turbolento e insanguinato.
Sull’Afghanistan si allunga di nuovo l’ombra soffocante dei clan locali e dei signori del papavero, il fiore dell’eroina.