Blog Quotidiano.net

Blog Quotidiano.net

I blog degli autori di Quotidiano.net, il Resto del Carlino, La Nazione ed Il Giorno online

di

Al Scates, un addio lungo un anno

AL SCATES passa la mano. Lo aveva annunciato da tempo, ne avevamo parlato proprio su questo blog addirittura nel maggio dell’anno scorso. Qui trovate il post http://club.quotidiano.net/rabotti/la_patente_di_bernardinho_e_laddio_di_mister_vittoria, nel quale cercavamo di spiegare la dimensione del personaggio per la pallavolo americana: ha compiuto 50 anni come allenatore di Ucla, nel prossimo giugno avrà 73 primavere, per dirla alla Tex Willer. Le ha riempite bene, vincendo 19 titoli della Ncaa, 24 di conference, finendo tre stagioni senza sconfitte nel 1979, 1982 e 1984 e conducendo la squadra femminile delle Bruins a concludere l’anno con più vittorie che sconfitte per 46 stagioni consecutive. Tra le leggende che lo riguardano, che lui ha contribuito ad alimentare, c’è quella che gli basti dormire davvero bene una notte a settimana, e che non abbia mai subito un cartellino rosso. Qui http://www.ncaa.com/news/volleyball-men/article/2012-03-06/man-who-started-it-all trovate il bel servizio che gli ha dedicato il sito della Ncaa, che in questi giorni deve occuparsi della March Madness, ma gli ha comunque riservato uno spazio lunghissimo. Dal quale cercherò di estrarre le parti migliori. Anche se non potrò essere breve.

PERCHE’ Al Scates ha formato, tra le centinaia di cui si è occupato nel corso di mezzo secolo a Ucla, qualcosa come 27 giocatori e giocatrici che poi hanno preso parte alle Olimpiadi. “Non credo che ci sia un altro allenatore che ha lavorato per così tanto tempo nella stessa università. Non c’è una persona che abbia avuto a che fare con la pallavolo a Ucla che non abbia mai avuto, almeno una volta, Al come allenatore”, dice Michael Sealy, che oggi guida la squadra femminile di Ucla. Aggiunge l’altro allievo Hugh McCutcheon, campione olimpico in carica con la nazionale maschile americana e oggi sulla panchina di quella femminile con cui rischia di vincere quelle di Londra: “Al è un tipo unico, ha stabilito record che non si può neanche immaginare di battere. La sua incredibile carriera non sarà mai eguagliata“. Scates ha appena iniziato la stagione del ‘tour dell’addio’, come l’hanno chiamato, ricevendo omaggi praticamente su tutti i campi in cui ha portato la sua squadra. Alla Pepperdine l’hanno presentato con un quadro che rappresenta il sole al tramonto sull’oceano. “Comprarlo mi è costato 500 testoni“, ha detto lui ridendo. Alla Southern California gli hanno preparato una maglia con il numero 50, riportando a vedere la partita i giocatori della squadra dei Trojans che nel 1980 lo battè nella finale per il titolo. E alla Usc non sapevano neanche che Scates indossava proprio il numero 50, quando giocava, ovviamente a Ucla, negli anni sessanta.

Al momento, il suo ruolino di marcia dice: 1233 partite vinte da allenatore in carriera, 284 perse. L’unico che potrebbe avvicinarsi, per modo di dire, è il tecnico di Penn State Russ Rose, che in 33 anni ha vinto cinque titoli e 1058 partite (contro 172 perse). Rose, per la cronaca, ha commentato così il record di durata del rivale: “Capisco benissimo come si possano passare 50 anni a Ucla: là non è mai inverno, Al vive in un posto bellissimo”.

A PROPOSITO di bei posti. Il tifoso Alfred Agcaoili vive alle Hawaii ed è ritenuto il più grande fan di Scates. Ha messo insieme l’albero genealogico tecnico del suo idolo, il ‘coaching tree’, che mostra in modo grafico le ramificazioni della sua influenza sugli allenatori degli ultimi decenni. Il più illustre, anche se al momento fa ‘solo’ l’assistente di McCutcheon, si chiama Karch Kiraly. A mio parere, però, sono altri episodi che dimostrano la grandezza del personaggio di Scates. Come quando racconta in prima persona: “Dovevamo far crescere il nostro sport, all’inizio c’erano solo squadre maschili e in pochi college. Se devo dire una cosa di cui sono orgoglioso _ spiega _ è aver fondato la Southern California Volleyball Association nel 1963. Prima la pallavolo si giocava solo alla Ymca e di sabato. All’inizio degli anni settanta fissai una regola, quando ero nel comitato tecnico della Ncaa: alla final four sarebbe stata ammessa sempre una squadra dell’est, una del midwest, una dell’ovest e una dell’altra parte degli Stati Uniti. Le squadre più forti erano tutte nella California del sud, ma se non avessimo fissato certi limiti, il movimento non sarebbe mai cresciuto negli altri stati”. La capacità di guardare oltre il proprio orticello l’ha reso amico di tutti: “Quando ero un giovane allenatore _ dice il coach di Southern California, Ferguson _ potevo entrare nella palestra dove lui teneva le sedute quando volevo, e imparare“. E c’è una data, il dicembre del 1964, in cui a sentire Scates “cambiò tutto. Quella è stata la cosa più importante che ho fatto. Giocavo nella nazionale americana in Messico, e il responsabile della nostra zona, Ruben Acosta, era alla partita. Mi disse che il Brasile stava ospitando le nazionali giapponesi, quella femminile che aveva vinto l’oro olimpico nel 1964, e quella maschile che era arrivata terza. Mi disse anche che nel viaggio di ritorno avrebbero fatto scalo a Los Angeles“. Scates si presenta allo storico responsabile sportivo di Ucla, J.D. Morgan, e gli dice: “Possiamo organizzare gratis un grande evento di volley con due squadre da medaglia olimpica”. Nel frattempo aveva già preso accordi con la Federazione americana, che avrebbe offerto vitto e alloggio per il giorno di ritardo alla nazionale nipponica. Morgan gli diede l’impianto, Scates si occupò personalmente di stampare i manifesti e di andarli ad attaccare in giro per la California: “Andai a Santa Monica e Manhattan beach per inchiodarli ai pali della luce. Un giornale che oggi non esiste più, l’Herald-Examiner, accettò di coprire l’evento: mia moglie scrisse gli articoli e io li consegnai in redazione”. Quella sera vennero in cinquemila, ad assistere a un evento storico: per la prima volta, la nazionale maschile americana battè quella giapponese, nella terza partita, dopo le sfide tra Ucla e Usc e quella tra le nazionali femminili, vinta dalle asiatiche.

“Dopo la partita _ racconta Scates _, Morgan venne da me e mi disse: non ho mai visto prima una partita di pallavolo, è incredibile“. Poi contò i soldi incassati, e prese una decisione: “faremo una Ncaa anche nel volley“. Essendo il responsabile delle trattative per i diritti televisivi della Ncaa del basket, Morgan era un uomo potente. E mantenne la promessa: “Dal 1970 iniziammo a giocare con regole certe”. Grazie a un signore che prima di vincere 1200 partite e rotti, non se la tirava ed era pronto a fare anche l’attacchino. Per il bene del volley. E anche per quello ottenne un lavoro fisso da allenatore: perché prima del 1978, Scates ha sempre fatto il maestro elementare, per pagarsi da vivere. Quando gli hanno dato la ‘cattedra’ a Ucla, aveva già vinto 16 titoli Ncaa. Da dopolavorista.

POI C’E’ LA STORIA del sipario blu. Quello che iniziò ad usare in palestra per isolare la sua prima squadra, nel 1963, fatta da otto giocatori non di alto livello con i quali arrivò comunque secondo in campionato. Poi il sipario divenne, oltre a un modo per evitare che i palloni finissero tre le gambe di chi si allenava dall’altra parte, una barriera fisica e mentale: chi stava dentro al sipario era tra i migliori dodici, chi veniva mandato dall’altra parte no. Una volta mandò nel ‘limbo’ un certo Sinjin Smith, destinato a diventare un campionissimo del beach: “Non mi stava dando il cento per cento, lo mandai oltre il sipario per due settimane. Quando tornò, era il più grande lavoratore che avessi mai avuto. Il sipario manda questo messaggio: non ti vedo, devi lottare se vuoi tornare a lavorare con me“. Come hanno imparato due assistenti storici dalle origini chiaramente italiane, Rich Bertolucci e Greg Giovanazzi. Al quale scappa la frase che forse spiega benissimo il segreto di Scates: “E’ uno che ama ogni aspetto della sua vita“. E’ anche uno che nuota ancora, ogni giorno, per tre quarti d’ora, nella stessa piscina che nel 1959 puliva, quando era uno studente. E’ uno che ha vissuto la sua vita al motto ‘happy wife, happy life‘, riferendosi a sua moglie Sue, che ora intende ricompensare per i tanti sacrifici fatti nel crescere tre figli (e quattro nipoti): “Quando finirà la stagione, viaggeremo: la porterò ovunque lei vorrà“.