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Un tetto al Fisco in Costituzione

 

UN TETTO alle tasse in Costituzione. Per un nuovo patto tra i cittadini e uno Stato che impone una pressione fiscale del 45%, oltre il 50% contando l’evasione, e si avvia — secondo Bankitalia — ai massimi dal dopoguerra. Patto che vincoli chi si accinge a governare a non poter chiedere ai contribuenti soldi oltre un certo limite. E indichi anche obiettivi di riduzione dei tributi per rendere più credibili le promesse di destinare il ricavato della lotta all’evasione al taglio delle tasse.

UNA PROVOCAZIONE? Un modo per limitare di fatto la pressione fiscale, per esempio, l’hanno individuato in una proposta di legge, Antonio Martino ex ministro e deputato Pdl, e Nicola Rossi, senatore ex Pd ora al gruppo misto. Chiedono di affiancare al pareggio di bilancio anche un tetto alla spesa pubblica. Va da sè che se entrate e uscite devono equivalersi, e si pone un limite alla seconda voce, di fatto si limita anche il potere di aumentare le tasse nel loro complesso (non il peso relativo dei singoli tributi). Il diavolo, però, si nasconde nei dettagli e, in questo caso, si sta intrufolando nella formula utlizzata nel testo licenziato dalla Camera che dovrebbe inserire il pareggio di bilancio in Costituzione modificando l’articolo 81. Lo ha ben sottolineato Natale D’Amico in uno studio per l’Istituto Bruno Leoni: nel testo — osserva — non si parla espressamente di «pareggio di bilancio» ma di un più generico «equilibrio tra entrate e uscite». Sfumatura che potrebbe tollerare «anche un disavanzo» purché non comprometta «un imprecisato equilibrio». E lascia spazio a molti casi — come congiunture negative — nei quali chi governa può sbandare finanziandosi con debiti o tasse.

L’IDEA di inserire limiti in Costituzione ha diviso gli economisti. Né sono mancate obiezioni sui rischi per le autonomie locali e il federalismo. Ma cosa impedisce che vincoli di pareggio e spesa non siano estesi agli enti locali anziché lasciarli liberi di indebitarsi o tassare? Vero è anche che i mercati hanno dimostrato di funzionare punendo chi ha sgarrato e, dunque, di norme non ce ne sarebbe bisogno. Né si tratta di togliere a chi governa la fondamentale leva del Fisco. La domanda di fondo è politica: c’è qualcuno in Parlamento pronto a impegnarsi affinché lo Stato non possa togliere ai cittadini quasi la metà del loro reddito? La risposta sarebbe la premessa ideale a una riforma che sposti un po’ il peso dei tributi dalle spalle di imprese e lavoratori. E il primo passo di una exit strategy dalla cattiva politica.