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Art 18: vecchi errori e giovani polemiche

C’e’ qualcosa di stantio nella discussione sulla modifica dell’articolo 18 che ricorda troppo da vicino le polemiche velenose che circondarono il libro bianco di Marco Biagi e iniziarono a tracciare la strada che porto’ alla sua fine. E’ pensare la riforma solo ed esclusivamente nei termini di articolo 18 e licenziamenti piu’ facili, e’ soprattutto, affrontare dinamiche cosi’ delicate in termini di giovani contro vecchi, tutelati contro non tutelati, vecchi assuni e neoassunti. E’ un terreno dove la demagogia, il giovanilismo a tutti i costi o la difesa a oltranza dei diritti acquisiti, rischiano di non fare bene a nessuno e di far dimebticare che dietro alle categorie e alle generazioni ci sono le persone. Che senso ha chiedersi se la riforma debba tocare piu’ i giovani o i vecchi? Nessuno. I giovani sono figli di vecchi. Se un padre perde un posto, non lo trova per forza il figlio. Il mercato del lavoro, qualunque studente di economia lo Sto arrivando!, e’ un mercato asimmetrico: a tot uscite non corrispondono mai uguali ingressi nel mondo del lavoro. Prima della riforma Treu i giovani erano piu’ tutelati? Si’, ma solo quelli che aveano un lavoro. Minore flessibilita’, non andrebbe mai dimenticato, non vuole dire piu posti fissi. Vuole dire, semplicemente, nessun lavoro o lavoro nero. Il problema drammatico della disoccupazione, e della disoccupazione giovanile in particolare, ha un genitore noti: la bassa crescita.  Perche’ i posti di lavoro, precari o no, non si fanno ne’ per decreto ne’ per slogan