L’arrocco di Elsa
Arrocco sulla riforma dell’articolo 18. Chissà se il ministro Elsa Fornero gioca a scacchi? Certo è che la mossa, annunciata ieri, di voler portare comunque la riforma del mercato del lavoro in Parlamento, anche se non ci sarà l’accordo con le parti sociali, obbedisce perfettamente allo scambio di posizione tra re e torre sulla scacchiera. Unica mossa che consente di spostare due pezzi in un colpo solo. Mossa di rafforzamento, spesso, più che di sola difesa. L’intenzione di portare in aula la riforma, anche senza l’accordo con sindacati e imprese, non è altro che blindarsi dietro i pedoni e chiedere ai partiti di prendersi le loro responsabilità. Ci vuole poco a immaginare cosa accadrebbe se la riforma non venisse votata: potrebbe resistere il governo Monti alla bocciatura su un tema così rilevante? No, non potrebbe. Potrebbe resistere a modifiche parlamentari di un testo tanto discusso e oggetto di tante trattative? No, non potrebbe. Almeno, a rigore di logica. Anche se, visto che la direzione che si sta seguendo, sembra essere quella del modello tedesco, un cammino parlamentare potrebbe completare il lavoro inserendo una componente fondamentale del modello Berlino: la presenza dei rappresentati dei lavoratori nei cda, la compartecipazione alla tedesca.
Merito e tecniche a parte, c’e una seconda serie di domande più importanti delle prime: quali partiti della maggioranza sono pronti a buttare giù il governo tecnico? E ad andare al voto sotto accusa di avere causato la fine dell’esecutivo che ha allontanato — proprio grazie all’appoggio dei partiti che lo sostengono — il paese dal baratro? Certo, per qualcuno sarà più difficile che per altri far digerire al proprio elettorato una riforma senza consenso delle parti sociali. E’ vero, come dice il ministro Fornero, che questa riforma sta scontentando tutti — sindacati, imprese e banche — anche se è discutibile, fuor di battuta, che ciò sia autoamticamente la dimostrazione di come l’esecutivo stia lavorando per il bene del paese. E’ cronaca, però, che di tanti scontenti i più rumorosi stanno tra Cgil e Fiom e che la patata più bollente rimane quella dell’articolo 18. Perciò, se la riforma andrà in aula anche senza un accordo, è molto facile prevedere le difficoltà che avrà il Partito democratico a sostenere il govern e andare contro la Cgil e, soprattutto, alla Fiom. Ne è detto, aldilà della volontà, che la segreteria Bersani ne abbia la forza.
È quindi ragionevole pensare che il senso dell’arrocco, all’inizio della settimana più dura delle trattative, sia quello di costringere i partiti a farsi sentire — diplomaticamente, con quella che elegantemente si chiama moral suasion — e a muovere le parti verso un’intesa. Senza la quale il Parlamento non dovrà decidere solo il destino del mercato del lavoro, ma l’esistenza di un esecutivo che all’Europa ha garantito di portare a casa il risultato entro marzo. Un arrocco abile, per salvare la partita. E dare il via al road show promesso da Monti: il giro del mondo per far capire che l’Italia è già un po’ cambiata.