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Vito Tanzi: “Tetto al Fisco? Meglio conti in pareggio e limiti alla spesa”

PROFESSOR Tanzi, la strada di inserire un tetto alla pressione fiscale per legge, anche costituzionale, secondo lei è percorribile?
«Non mi sembra la strada migliore — risponde Vito Tanzi, economista, direttore del dipartimento di finanza pubblica del Fmi dal 1981 al 2000, e sottosegretario alle Finanze nel governo italiano fino al 2003 —. Preferirei un controllo sulla spesa. Sarebbe anche difficile controllare la pressione fiscale perché spesso le tasse possono essere sostituite da pagamenti per servizi pubblici che sono effettivamente tasse ma non sono classificate come tali. Sarebbe anche difficile impedire che un controllo costituzionale su un livello di governo, diciamo sul governo centrale, impedisca ad altri livelli di aumentare la pressione fiscale. Se il controllo è su tutto il settore pubblico, la parte politicamente più forte, che può essere il governo centrale come in Argentina o i governi regionali come in Spagna, spiazzeranno le parti meno forti».
Ci sono paesi che limitano il peso delle tasse?
«Il solo paese che io conosco è la Svizzera, ma credo che il controllo sia sul livello delle aliquote e non sulla pressione totale».
Il pareggio di bilancio in Costituzione unito a un tetto alla spesa pubblica realizzerebbero, di fatto, un vincolo all’aumento delle imposte. Il meccanismo che si sta studiando in Italia la convince o sarà un pareggio annacquato?
«Condivido la sua opinione che il pareggio di bilancio in Costituzione, unito a un tetto alla spesa pubblica, realizzerebbero, di fatto, un vincolo all’aumento delle imposte. Se il controllo si fa contingente al ciclo economico, sarà sicuramente annacquato. Ma la cintura del pareggio dovrebbe lasciare qualche piccolo spazio».
Qual è il livello ideale di spesa pubblica per il nostro paese?
«Un governo che usa le risorse che ha a disposizione efficientemente non dovrebbe avere bisogno di spendere più del 30-35% del Pil. Molti paesi con alcuni degli indici sociali migliori come Australia, Svizzera, Giappone, Corea e Singapore, spendono meno, ed alcuni molto meno, del 35% del Pil. Quindi non stiamo parlando di sogni o di teorie. Ovviamente un paese come l’Italia, che spende circa il 50% del Pil, non può ridurre la spesa pubblica dal 50 al 30-35% da un giorno all’altro. Allo stesso tempo c’è tanta spesa inutile o inefficiente in Italia che una riduzione dal 50 a, diciamo, 45% dovrebbe essere possibile in qualche anno. Ci sono paesi come Svezia, Finlandia, Canada e Norvegia che ridussero la spesa pubblica più del 10% del Pil in pochi anni, senza avvertire difficoltà macroeconomiche che molti keynesiani temono e senza compromettere gli obbiettivi sociali. Al contrario».
Chi critica proposte come il pareggio di bilancio in Costituzione o un tetto alla spesa pubblica, solitamente sostiene che limitano troppo chi governa.
«C’è molta asimmetria nelle azioni dei governi. Sono sempre più pronti ad aumentare la spesa che a ridurla. Per questa ragione è meglio ridurre la possibilità di usare la flessibilità che hanno per ottenere vantaggi principalmente elettorali o clientelari».
Quali sono i fattori che ostacolano la crescita itailana?
«Sono molti. Per esperienza personale, metterei in testa gli ostacoli burocratici. In vari aspetti l’Italia assomiglia ancora molto a un paese feudale dove regole spesso assurde continuano a dominare e varie rendite di posizioni rimangono importanti. Il capitalismo che esiste riflette ancora molto quello che in inglese si chiama crony capitalism, il capitalismo degli amici. E c’è ancora poca trasparenza dove dovrebbe esistere come, per esempio, su quanto guadagnano i burocrati».
Cosa pensa del governo Monti?
«Il governo Monti sta facendo quello che la situazione politica gli permette di fare. Appoggio la gran parte di quello che ha fatto finora e spero che riuscirà a portare a termine la sua missione»