Welcome to the Jungle: ovvero il piacere di essere pendolari
Sarà che chi è nato negli Ottanta ha un cuore green e una vocazione alla mobilità sostenibile. Oppure sarà semplicemente che guidare in centro a Milano fa arrivare alla meta con i muscoli irrigiditi dall’orticaria e spinge chiunque a mettere da parte il proprio consueto aplomb inglese, per tirare fuori il primate che è in noi. Comunque sia, in molti quotidianamente e ostinatamente scelgono il trasporto pubblico. Anni e anni trascorsi tra tornelli, passaggi di badge magnetici, minuti di attesa, linee metropolitane multicolor e tabelloni guardati con la stessa speranza delle estrazioni del lotto.
Essere un pendolare implica una buona dose di attitudine zen, un innato senso della vita corporativa (le migliori amicizie nascono lagnandosi in attesa del vagone) e la capacità di apprezzare il dilatarsi imprecisato del tempo. Quello del pendolare è però anche un osservatorio privilegiato per analizzare la fiera di umanità che si accalca ogni giorno tra sedili di plastica e maniglie poste quasi sempre troppo in alto. Ed è così, tra una fermata e l’altra, che si scopre l’evoluzione della specie urbana.
In principio, l’entropia metropolitana era subordinata a un’unica Regola, tramandata silenziosamente di generazione in generazione: “Prima si fa scendere, poi si sale”. Una norma di buonsenso che per anni ha evitato quotidianamente lo scontro tra mandrie di gnu alle porte dei vagoni. Ma sempre più spesso questa lex aurea viene disattesa e in molti casi nel tentare di raggiungere la banchina ci si sente come solitari salmoni in cerca di risalire la corrente.
Per chi riesce a sopravvivere agli agguerriti profanatori di tacite leggi non è però finita. All’orizzonte c’è sempre Lui. Il centometrista fiducioso. Non importa in quale punto della stazione metro si trovi e che il treno stia già chiudendo le porte. Lui proverà sempre e comunque lo scatto da Bolt. Quasi provasse un gusto sadomasochistico a vedersi partire il mezzo davanti. E nel suo sfoggio ginnico ovviamente travolgerà qualsiasi cosa o persona si trovi sulla sua traiettoria: ambulanti abusivi, bambini in passeggino e (ovviamente) anche te.
Ma le magagne non sono solo all’esterno del vagone. Il vero Inferno è all’interno. E’ ormai assodato che le aziende che gestiscono i trasporti pubblici evidentemente vivono in zone con microclimi assestanti. E soprattutto non conoscono le mezze stagioni. Può capitare (è capitato) di prendere il treno a metà luglio con un impianto che spara aria calda tipo phon come anche di fare viaggi in treni-freezer, sprezzanti dell’esistenza dell’inverno.
Il vero problema, una volta faticosamente saliti a bordo diventa anche anagrafico. Eh sì, perché sin dalla culla ci è stato insegnato che è giusto, etico e corretto cedere il proprio posto alle persone più anziane. Ma mica è così semplice: devi scegliere bene a chi rivolgere la tua gentilezza. Perché se scegli una donna matura ma che ancora non si sente anziana è finita: ti guarderà con aria infastidita, abbozzando un “No” stizzito e ti farà andar via col senso di colpa di averle rovinato la giornata con la tua molesta educazione dandole della matusa.
Un viaggio non è tale se non si manifesta un’altra delle categorie itineranti più diffuse e urticanti: il dj. Lui ha una sola missione: farti ascoltare la sua musica. Poco importa se sia merengue, musica neomelodica o hard core. Con il suo cellulare supertecnologico allieterà il tuo viaggio diffondendo sgradevoli melodie a decibel intollerabili. Tanto che gli astanti guarderanno con affettuosa riconoscenza l’arrivo degli artisti armati di violino e perfino la voce della annoiata della speaker che annuncia le fermate.
Eppure, bisogna ammetterlo, messa da parte l’agonia quotidiana della vicinanza forzata, lo spostamento urbano o extraurbano, mantiene intatto il suo fascino vagabondo. Copertine di libri, borse della spesa, odori intensi, accenti che si accavallano e si rincorrono, telefonate ascoltate con distratta curiosità. Ogni giorno l’umanità sfila tra un vagone e l’altro, percorrendo velocemente la città. Una fiumana di vita caotica, scocciata e di fretta. Appesa a ogni annuncio dell’altoparlante. Pronta ad arrabbiarsi e a prendersela con il primo innocente controllore di passaggio. E a dimenticare altrettanto rapidamente, borbottando della faticosa vita da pendolari con il solidale vicino di posto e di avventura.