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Il partito che non c’è

QUALE  futuro possono immaginare i ragazzi che oggi hanno vent’anni? Quali sono le loro aspettative e le reali possibilità di concretizzarle? E in quale partito possono riconoscersi? Se fino a un recente passato la matrice ideologica poteva rappresentare un denominatore al quale richiamarsi, oggi anche quest’ultimo baluardo sembra essersi dissolto in virtù dell’imprescindibile necessità di correre da soli. E tutto concorre a far prevalere questa logica.

NE È PROVA la riforma del lavoro che il Parlamento si accinge a discutere e ad approvare, un provvedimento che non può non tener conto di una situazione oggettiva nella quale non è piu possibile offrire le stesse garanzie del passato. Tutto nasce da un equivoco di fondo che ha illuso per decenni gli italiani: la convinzione che potesse esistere una terza via, ovvero un’alternativa praticabile ai due modelli imperanti dalla seconda metà del secolo scorso ad oggi. In Italia una società capitalista ha convissuto a lungo con uno Stato assistenzialista, più di quanto non accadesse in altri Paesi, a partire dagli Stati Uniti. Il sistema nel quale si è voluto credere ha garantito consensi alla classe politica, ma ha finito per spingere la nostra economia sull’orlo del baratro. Da qui il tentativo dei partiti di sfilarsi passando il testimone al premier Monti e alla sua squadra di ministri tecnici, i quali non hanno potuto far altro che rastrellare milioni dove possibile. Finendo così per generare un ulteriore equivoco riassumibile nel quesito divenuto oramai un tormentone: ma c’era bisogno dei professori per aumentare le tasse? La risposta è sì perché nessun partito l’avrebbe mai fatto per paura di perdere consensi. Finita questa fase, come pensano i nostri politici di riconquistare credibilità agli occhi di chi oggi deve necessariamente inventarsi il futuro sapendo di non poter contare su posto fisso e pensione, due capisaldi che hanno convinto le passate generazioni a dar fiducia ai propri governanti? Una cosa è certa: il futuro, se non quello immediato, porterà a sancire la fine dei partiti e delle organizzazioni sindacali così come oggi le intendiamo.

ugo.cennamo@ilgiorno.net