Anche Monti ha bisogno dei sondaggi positivi
Fino a pochi giorni fa, Mario Monti si rivolgeva ai partiti per rassicurarli sul fatto che non avrebbe abusato politicamente del proprio potere. «Non ho intenzione di rimanere al governo dopo il 2013», era il messaggio. Ma ieri il messaggio è cambiato. Nel suo senso profondo, la nuova versione suona così: «Se non mi lascerete fare quel che voglio, potrei dimettermi prima del 2013 e ai mercati glielo spiegate voi…». Nei sondaggi, il Monti prima maniera veleggiava oltre il 60%. Il Monti di questi giorni si aggira invece attorno al 44%. E tra i sondaggi su Monti e l’atteggiamento dei partiti verso il governo c’è un nesso. La disponibilità della politca a cedere posti e potere si reggeva infatti su due elementi: le pressioni dei mercati finanziari (con il connesso rischio default per l’Italia) e la popolarità del premier presunto ‘tecnico’ nel ruolo di salvatore della Patria. A torto o a ragione, vige ora l’impressione che l’emergenza finanziaria stia rientrando. Mentre è un fatto che, per la prima volta da quando è in carica, il saldo mediatico del governo segna cifre negative. E potrebbe anche peggiorare. Leggendo le buste paga, oggi i lavoratori dipendenti si renderanno conto di quanto sia cresciuta l’addizionale Irpef. A giugno i proprietari di casa dovranno pagare l’Imu sulla base di estimi catastali largamente rivalutati. Si attende un aumento dell’Iva, non si attende un taglio consistente della spesa pubblica. E si calcola che nel corso dell’anno spariranno altri 200mila posti di lavoro. Le tensioni sociali sono pertanto destinate a crescere, mentre già oggi tutti i sindacati (e non solo la Cgil) faticano a tenere a freno categorie e iscritti. E’ chiaro che l’acuirsi del conflitto sociale investirà il Pd più degli altri partiti. E infatti il velato sfogo montiano è dovuto all’atteggiamento conflittuale di Bersani e D’Alema sull’articolo 18. Un tema dirompente, per la sinistra, anche se la decisione (ispirata dal Quirinale) di affontarlo con calma attraverso un disegno di legge anziché subito con un decreto consentirà al Pd di presentarsi agli elettori delle amministrative come il paladino dei lavoratori anziché il loro ‘traditore’. Bersani spera che la riforma slitti di mese in mese fino a cadere in un cassetto. Il governo non lo può permettere. Perciò, quando si arriverà al dunque, sarà difficile trovare una soluzione «all’italiana»: se rimarrà il divieto di reintegro per i licenziamenti economici, avrà vinto Monti; in caso contrario avrà vinto il Pd. Ma è difficile immaginare che Monti possa accettarlo.
Il quadro, insomma, si sta complicando. E non solo perché, con le amministrative alle porte, i partiti hanno l’esigenza di distinguersi. Emergono ora le contraddizioni di una convinvenza innaturale: quella tra presunti tecnici e vecchi politici. Con la percezione diffusa che un ciclo storico si sia ormai concluso e che i protagonisti del passato faticheranno a ritagliarsi analoghi spazi nello schema futuro. L’ansia dei leader per il proprio destino personale e le linee di frattura che solcano in modo evidente il Pd e in maniera più larvata il Pdl rappresentano dunque ulteriori motivi di fibrillazione destinati a ripercuotersi su palazzo Chigi. Ma il rischio non è tanto la crisi, quanto la paralisi. Col parlamento che, non riuscendo più a fare sintesi, di fatto congela l’attività del governo. Per evitarlo, Monti ha due strade: minacciare, come già sta facendo, le dimissioni; confidare in un ritorno di fiamma dei mercati.