Lettera alla famiglia Bovolenta
Cara Federica, cari Alessandro, Arianna, Aurora e Angelica, vi chiedo scusa. Se mai vi capitasse di leggere queste righe, oggi o tra qualche anno quando saprete leggere, vi dico subito che le ho scritte per egoismo. Quelli che fanno il mio mestiere e lo hanno scelto seguendo una vocazione usano le parole tutti i giorni, a volte anche a sproposito, a volte consumandole. Scrivere finisce per diventare una possibilità di sfogarsi. Oggi è il solo modo che conosco al quale aggrapparmi quando l’unica vera domanda (perché?), rimbomba nella testa e non c’è nessuna risposta umanamente accettabile. Di fronte alla morte di un gigante buono come tuo marito, come vostro padre, invidio chi riesce ad aggrapparsi alla fede.
Cara Federica, cari bambini, vi scrivo perché in questo momento di dolore devastante sappiate che non siete soli, e non lo sarete mai. Forse lo avrete già capito, perché in questi due giorni senza Vigor sono stati già tantissimi, da tutte le parti del mondo, i messaggi di amore, le preghiere e i gesti di affetto che vi sono arrivati. Tanti altri ne arriveranno, ne sono sicuro. Non potranno mai colmare il vuoto lasciato da Vigor, ma spero che vi possa aiutare il fatto di sapere che lui era un uomo speciale non soltanto per voi, che gli volevate più bene di chiunque altro, ma anche per le tante persone che hanno avuto la fortuna di condividere con lui qualche minuto, ora, settimana, anno. Da quando era un ragazzino promettente all’ultima partita in serie A1, non ricordo di averlo mai sentito parlare male di qualcuno.
Ma soprattutto non ho mai sentito qualcuno parlare male di lui. Era un campione dello sport, ma non è questa la cosa più importante. Vedrete coppe e medaglie che vi parleranno dei suoi successi da atleta, ma non vi diranno quello che davvero vale la pena sapere.
Quello è: che a Vigor volevamo tutti bene non perché sapeva murare, ma perché era un uomo buono, umile e leale. Un esempio senza bisogno di dirlo. Comportarsi come lui, seguire l’insegnamento dei suoi piccoli gesti quotidiani, sarà il modo migliore per trasformare la sua assenza in una presenza quotidiana.