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Rilassarsi dalle tasse

L’OPERAZIONE è andata bene, ma il paziente è morto. È il rischio che corre l’Italia se la cura Monti che l’ha salvata dal baratro non completerà il promesso ultimo miglio: la riduzione della pressione fiscale. Meno tasse su lavoratori e imprese — peraltro creditrici verso lo Stato di una settantina di miliardi — utilizzando il recuperato maltolto dall’evasione fiscale e tagliando la spesa pubblica. Facile a dirsi, difficile a farsi — con un debito pubblico vicino ai duemila miliardi —, ma non impossibile. Il Governo Monti ha l’indubbio merito di avere allontanato lo spettro del crac dell’Italia e dell’Europa: lo ha fatto con aumenti «rozzi» ma preferibili alla deriva greca — come ha ricordato lo stesso premier — ma il conto atteso, arrivato in questi giorni, fa a pugni con le speranze di ripresa. I calcoli che si stanno facendo in questi giorni sull’Imu lo dimostrano. Qualche esempio? Un’azienda bolognese di coltivazioni a seminativo e allevamento suini passa dai 324 euro di Ici pagati nel 2011 solo sul terreno ai 1.969 euro di Imu nel 2012 corrisposti per terreno, abitazione e strutture agricole, con un aumento del 234%. Secondo la Cgia di Mestre le imprese manifatturiere artigiane e quelle industriali pagheranno 1.500 euro in più all’anno per ogni azienda.

Per non parlare dei bilanci delle famiglie, specie di quelle — ormai molte — dove c’è chi ha perso il lavoro. Al conto Fisco, infatti, vanno aggiunte altre due voci pesanti: il rincaro della bolletta della luce pronta a balzare del dieci per cento in pochi mesi e l’aumento ingiustificato della benzina ormai sulla soglia dei due euro per un litro di verde. Ce n’è abbastanza per chiedersi come faranno i consumi, la domanda interna, a riprendere fiato. Intendiamoci, attribuire tutte le colpe a Monti è come arrabbiarsi col medico che ti prescrive la purga dopo anni di gozzovigli senza freno. Se il governo tecnico non avesse fatto ciò che ha fatto l’Italia sarebbe andata in malora. Dopo il Salva Italia — menu a base di tasse — e il Cresci Italia (liberalizzazioni che avrebbero richiesto un po’ più di coraggio), Palazzo Chigi sta correndo la terza tappa, quella della riforma del lavoro.

IL PREMIO in palio — almeno nelle intenzioni — sono gli investimenti esteri e la spertanza di agganciare la domanda dei paesi che crescono, specie ad Oriente, grazie a un’iniezione di competitività. Ma manca ancora l’ultimo miglio, appunto: è la tappa delle misure fiscali. Sul tavolo non ci sono solo i chiarimenti sull’Imu (cambieranno le aliquote a luglio per garantire il gettito?), c’è anche l’annunciato fondo per il calo della pressione fiscale da alimentare, per esempio, utilizzando i proventi della lotta all’evasione. Il conto ovviamente tornerà — poiché sarebbe suicida rinunciare al rigore — solo a condizione di tagliare la spesa pubblica in nome di efficienza e semplificazioni nei rapporti tra cittadini e pubblica amministrazione. Una sforbiciata che non è entrata nel Salva Italia e ora affidata alla spending review, la revisione della spesa, appunto. Alleggerimento del peso delle imposte sulle imprese, riduzione del cuneo fiscale sui dipendenti, taglio agli sprechi della burocrazia, lotta alla corruzione e una giustizia civile più rapida completerebbero un pacchetto di misure che potrebbero evitare al malato, sopravvissuto all’operazione, di rischiare il soffocamento durante la convalescenza. E consentirgli di crescere con un po’ più di relax. Lo stesso pizzico di rilassatezza che Monti ha consigliato agli asiatici, invitandoli a investire con tranquilità in un Italia divenuta un po’ più solida.