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Un padre mancato

QUANDO giovedì sera, dopo aver rassegnato le dimissioni, Umberto Bossi si è affacciato davanti alla propria abitazione a Gemonio e ha rilasciato la prima dichiarazione da ex leader della Lega, nei suoi occhi non si leggeva solo la sconfitta del leader, ma anche la disperazione di un padre, un padre mancato. Nel suo tono, mentre confermava di aver lasciato per il bene del partito, si percepiva l’amarezza di aver fallito in primo luogo tra quelle mura amiche.

LA MATTINA seguente è tornato il politico di sempre, pronto a dar battaglia, a sostenere la tesi del complotto partorito dalla solita Roma ladrona. L’inchiesta giudiziaria chiarirà qual è stato il suo ruolo, se davvero non sapeva nulla dei torbidi tramestii che riguardavano il tesoriere Belsito, la famiglia e alcuni esponenti di spicco del movimento. Ma in quei pochi minuti, dopo il viaggio in auto che da via Bellerio l’aveva riportato a Gemonio, Umberto Bossi deve aver rivisto il film della sua vita. Forse provando imbarazzo, ripensando alle frasi balbettate dal figlio Renzo davanti alle telecamere, quelle frasi di rito imparate a memoria dando però l’idea di non averne ben compreso il senso. Come può un padre non sapere riconoscere le doti di un figlio? Come può pensare di nominarlo “trota”, fortunatamente non “delfino”, avendolo visto crescere, sapendo di che pasta è fatto, quali sono le sue virtù e i suoi limiti? Non sarebbe stato forse meglio indirizzarlo altrove, aiutarlo a crescere in un mondo diverso e forse a lui più congeniale?

LA LEGA ama il suo leader e gli ha sempre perdonato tutto, in virtù di un impegno antico e profondo. Ma come può pensare un uomo che ha vissuto stagioni politiche così intense che sia possibile mandare allo sbaraglio un giovane il cui unico merito, per ora e in attesa di essere smentiti, è quello di portare il cognome del padre? Per i nostri figli non è importante confezionare un destino dorato, ma aiutarli a coltivare le passioni e a crescere credendo in se stessi, rendendoli consapevoli dei loro limiti e del loro valore. Per non vederli mai balbettare frasi malamente mandate a memoria.

ugo.cennamo@ilgiorno.net