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Sarajevo prima e dopo. La pace che divide.

«IN MOLTI non vedono la luce in fondo al tunnel. Per questa precisa ragione
 solo sparuti gruppi sono ritornati. I profughi furono due milioni e 200 mila, la metà della popolazione». Quando cominciò il calvario di Sarajevo,  il 6 aprile del 1992, aveva appena un anno Renata Mostarat, nome italiano,  una madre croata e un padre musulmano che faceva l’ispettore di polizia. Non  ha ricordi nitidi della guerra che in trentasei mesi ha mietuto circa
 centomila vite. Il circa è dovuto a una circostanza incredibile, ma vera. Diciassette anni dopo gli accordi di Dayton che congelarono le ostilità non  esiste ancora un elenco ufficiale dei caduti. In casa Mostarat le pene e i  ricordi sono un fardello che grava sulle spalle dei genitori. 
 
  PER LORO, come per tutti i connazionali adulti, c’è «un prima e un dopo».  La Bosnia resta impigliata nell’intricato reticolo istituzionale che scaturì  da Dayton. «L’intesa – chiosa con impietoso realismo il cardinale cattolico  di Sarajevo Vinko Puljic – di fatto ha sancito la spartizione del  territorio». E’ nata così quella che ora al porporato sembra una «grande gabbia». L’entità croato-musulmana è solo formalmente federata con la  Repubblica Serba. Il Paese è diviso in dieci cantoni. Per sedici mesi non ha  avuto un governo centrale, perché non si riusciva a raggiungere un accordo  fra le comunità etniche. Non a caso il musicista Goran Bregovic, autore
 delle colonne sonore dei film di Emir Kusturica, ha paragonato la musica
 bosniaca a un «autentico Frankenstein». «Non c’è volontà di vivere davvero
 assieme», si macera Puljic.
 
 IN OGNI vagone dei convogli ferroviari ci sono tre scompartimenti, uno per i  bosniaci musulmani, uno per i croati e uno per i serbi. Sono divise anche le  biglietterie. Alla frontiera con la Repubblica Serba si cambiano il  macchinista e la motrice. Perfino il concorso europeo per Miss Bosnia non riesce a sottrarsi alla regola inflessibile della tripartizione etnico  religiosa. Se quest’anno ha vinto una musulmana, il prossimo sarà il turno di una croata e fra due trionferà una serba. La Bosnia è uno dei paesi più  poveri del Vecchio continente e non ha neppure lo status di candidata all’Unione Europea. 
 
 IL GRANDE cruccio di Renata Mostarat, studentessa di Scienze Politiche,  dipartimento delle comunicazioni di massa, è il lavoro. Il suo pessimismo la  accomuna alla stragrande maggioranza dei coetanei: «Dopo la laurea non  troviamo un’occupazione. Non c’è futuro. Per questo motivo noi giovani  vogliamo andarcene. Mia madre aveva un piccolo laboratorio di sartoria  maschile. Ha dovuto chiudere tre anni fa. I politici pensano solo a sé  stessi e alle loro famiglie, non ai cittadini. Certo Sarajevo è quasi tutta ricostruita, ma questo non vuol dire proprio nulla». «L’Europa – implora  Puljic – deve favorire una crescita democratica e civile che spezzi la  gabbia degli accordi di Dayton e la loro immensa e inutile macchina  burocratica che perpetua la logica della divisione». 
 
 ALLA BOSNIA sono arrivati, con il contagocce, soprattutto quattrini dei  paesi del Golfo e della Turchia. La comunità musulmana riscopre un Islam che  per decenni era finito in soffitta. In casa di Fatima, nel cantone di  Zenica, si è ricominciato a onorare il mese sacro del Ramadan, sia pure  invitando per il pasto serale, l’Iftar, i vicini croati di fede cattolica.
 Le piccole patrie hanno distrutto la preziosa, insolita e delicata trama di  convivenza tessuta per decenni a Sarajevo. 
 
 OGGI ricorrono i venti anni dall’inizio di quella guerra che la trasformò,  rabbrividisce ancora Azra Ibrahimovic, «nel luogo nel quale ogni passo ti  poteva costare la vita», perché i cecchini serbi «si divertivano a sparare alla gente». Haris Pasovic ha organizzato vicino al monumento alla Fiamma  Eterna un atipico spettacolo di due ore. Un’orchestra suonerà davanti a
 11541 sedie rosse vuote, una per ogni caduto nei 1425 giorni di assedio. «A  tutti loro – spiega Haris – è stato impedito per sempre di partecipare a un  concerto».