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Il coraggio di vivere: ecco perchè la morte di Morosini ha colpito tutti

Quello che ti dà più fastidio, in morte di Piermario Morosini, 25 anni, bergamasco, calciatore professionista, ragazzo buono e coraggioso, è che alcuni si sveglino sempre dopo, in questo meraviglioso Paese.
Si sveglia il presidente dei medici sportivi per annunciare sicuro: entro un anno doteremo tutti i campi di un’unità di pronto soccorso. E uno si domanda: ma come, non c’era già il pronto soccorso su tutti i campi? E i defibrillatori? Vogliamo parlare dei defibrillatori che sono troppo pochi e sempre troppo poco usati?
Si svegliano a Pescara, dove fanno sapere che il vigile fenomeno, lo scienziato che ha parcheggiato l’auto di servizio ostruendo il passaggio dell’ambulanza, sia “quasi in stato di choc” e tema di essere stato una concausa della morte del giocatore. Il suo capo, invece, già ieri si era affrettato ad affermare con la delicatezza di un elefante: ” E comunque, anche se l’ambulanza fosse arrivata prima non ci sarebbe stato niente da fare”.
Ecco, in morte di Piermario, sono gli ipocriti e i cialtroni che ti danno più fastidio, come quegli animali che sul web, da sabato pomeriggio discettano se sia stato giusto sospendere tutti i campionati e giù con le tabelle, le dietrologie, le polemiche su chi ci guadagna e chi ci perde. Invece, sospendendo tutti i campionati, Giancarlo Abete ha preso una decisione giusta, saggia, doverosa che gli fa onore, come uomo e come presidente della Figc: il calcio si doveva fermare per Piermario e si è fermato.
Ci dovrebbe essere, invece, un silenzio di assordante rispetto anche nel bestiario che alligna sul web.
Il silenzio, la commozione, le lacrime che abbiamo registrato a Bergamo, Udine, Pescara, Livorno, Bologna, Reggio Calabria, Padova, Vicenza, le città di Piermario, in molta Italia, al Bernabeu come a Valencia come all’Old Trafford. Perchè non c’è nessuna parola giusta, utile, vagamente consolatoria per esprimere tutto ciò che proviamo in queste ore di dolore bastardo.
Morosini voleva prendere a calci il destino. A 15 anni aveva perso la madre per un attacco cardiaco; a 17 anni il padre, ucciso dal cancro. Poi la tragedia del fratello, morto suicida. Piermario giocava anche per loro che sognavano di vederlo calciatore e per il sorriso di sua sorella, afflitta da una grave malattia. Non c’è un compagno o ex compagno, un dirigente, un allenatore, chiunque l’abbia conosciuto che non  ricordi l’entusiasmo e il sorriso, la maturità e la serietà di questo giovane uomo, cresciuto per nove anni in quella formidabile scuola di vita che risponde al nome di vivaio dell’Atalanta.
L’Udinese, il Livorno e l’Atalanta, onore a loro,  hanno subito annunciato una serie di iniziative concrete per aiutare Maria Carla, la sorella di Piermario la cui lezione di vita ha commosso tutti. Era stato più forte di ogni avversità che il destino gli aveva implacabilmente riservato. Non era un capriccioso milionario del pallone, gonfiato dai soldi e dalle veline, pieno di tatuaggi e di scemenze. La sua vita, la sua fatica sono già diventati un simbolo dei calciatori puliti da opporre alla banda di farabutti  e imbroglioni che si vendono le partite. Morosini era uno di noi.
 Xavier Jacobelli
Editorialista quotidiano.net