Intervista / Con Manlio Cancogni l’Italia da Mussolini a Monti
MARINA DI PIETRASANTA
Il 6 luglio prossimo compie 96 anni. L’idea è quella di fargli ripercorrere quasi secolo di Storia d’Italia intrecciato con la sua vita.
Ingenua! Come se non lo conoscessi. Per fare qualcosa del genere ci vuole un libro, due, dieci volumi, non lo spazio di un’intervista. Perché non solo i quasi 96 anni di Manlio Cancogni sono densi di vita, di amicizie, di storie, di libri, di articoli, di avventure e naturalmente di Storia vissuta. Ma anche perché lo scrittore da sempre legato a Marina di Pietrasanta (anche se nato per caso a Bologna nel 1916 e vissuto da giovane a Roma) ha una memoria formidabile: ricorda ogni particolare, ogni nome, ogni data. Una sfida vivente a tutti gli hard-disk del mondo, lui che il computer lo ha comprato di recente e solo per vedere con la web-cam i nipotini che abitano a New York (computer che in realtà viene ‘maneggiato’ da Rori, la moglie-farfalla che è accanto a lui da oltre settanta anni).
Dunque quello che potrò riportare è soltanto l’infinitesima parte di ciò che mi ha raccontato nel recente pomeriggio trascorso a casa sua.
- Professore, la Storia d’Italia e la sua storia. Da dove cominciamo?
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- Passiamo alla Seconda guerra mondiale.
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- E qui si mise in moto il destino.
. Mi indica la moglie, lei abbassa gli occhi provando ancora un tremore timido.
- E come le dichiarò il suo amore lei che è così poco espansivo?
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Poi con il solito piglio da falso cinico Cancogni aggiunge:
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- E il dopoguerra?
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- Berlusconi potrebbe riprendere in mano la situazione?
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- Monti è la soluzione?
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- Della seconda Repubblica non si salva nessuno?
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- Bersani?
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- D’Alema?
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- Rutelli?
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- Fini?
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- E allora?
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- Ma il difetto di Monti quale può essere?
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- Al tempo di Giovanni Paolo II lei mi disse che avrebbe dovuto essere lui a guidare l’Italia.
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- Lei nei mesi scorsi è stato male, quattro attacchi di cuore uno dietro l’altro… tutto risolto per fortuna sua e nostra, ma ha avuto paura di morire?
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- L’ha aiutato la fede anche se nella sua vita ha avutoo alti e bassi.
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- E dunque che cosa è per lei la morte?
Riflette. “Si rientra in seno all’Essere. Forse è una spiegazione parmenidea ma non una visione panteistica: l’Essere è ciò che è eterno, crea l’esistente e poi lo riassorbe in sé. Del resto sono cristiano ma sono anche cartesiano”.
- Esistono secondo lei Paradiso e Inferno?
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- Croce non le è mai piaciuto?
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- Cioè?
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- Ma lei ha un elenco del cuore che si salva.
<Non è un elenco molto lungo. Nell’ordine direi: Pea, Tozzi, Comisso, Bartolini, Tobino, Bilenchi, Cassola. Sì, lo so, c’è molta Toscana, ma per me sono i più grandi. Tra i poeti invece Saba, Ungaretti, Montale, Caproni, Betocchi (non capito nella sua grandezza) e Giotti che in pochissimi sanno chi sia, eppure è un grande. Virgilio Giotti, triestino come Saba, scriveva in dialetto, ma si capisce tutto, senti qua:
La xe in leto, nel scuro, svea un poco;
e la senti el respiro del marì
che queto dormi, vècio anca lui ‘desso.
E la pensa: xe bel sintirse arente’
‘sto respiro de lui, sintir nel scuro
che’el xe là, no èsser soli ne la vita.
La pensa: el scuro fa paura; forsi
parché morir xe andar ‘ un grando scuro.
‘Sto qua la pensa; e la scolta quel quieto
respiro ancora, e no’ ga paura
nò del scuro, nò de la vita, gnanca
no del morir, quel che a tuti ghe ‘riva.
Manlio Cancogni mi recita così, a memoria, in un improbabile eppure commovente triestino, altre due lunghe poesie di Giotti, modulando la voce quale attore, alzando il volto magro e arguto verso la luce che viene dal mare.