Sempre e solo tasse
Troppo facile continuare ad alleggerire il portafoglio degli italiani con l’usuale manovra che impone nuove tasse, scansa i tagli e rinvia i progetti. Anche l’ultimo, deludente Consiglio dei ministri dell’altro ieri ha dato il via libera alla delega fiscale che, incrociata alla miriade di provvedimenti sovrapposti della nostra recente storia, parla una sola lingua: più entrate, giustificate dal paravento che non vi siano soluzioni alternative alla scelta definita come tecnica e inevitabile, ma che tecnica e inevitabile non è.
L’ennesima stangata colpisce anche la casa: il bene più amato dagli italiani, la ricchezza da oltre 6 mila miliardi delle famiglie, lo scoglio sul quale si è ancorata la politica del Paese presentandosi alla comunità internazionale. Perché la sostenibilità del debito tricolore non sta certo nelle disastrate casse pubbliche, quanto sotto i tetti delle italiche formichine e sulle loro capacità di risparmio.
Una freschissima ricerca di Les Echos racconta a grandi linee come i piani tricolori di risanamento del bilancio dello Stato prevedano, a partire dal 2010 e con l’obiettivo dei conti in equilibrio nel 2013, correzioni per 232 miliardi. Fatti per il 72% dall’aumento delle tasse e per il 28% di contrazione delle spese. Nel Regno Unito la percentuale è più che opposta (80% taglio delle spese) nei 130 miliardi necessari per far quadrare i conti. Identica percentuale per la Spagna, in Irlanda le maggiori entrate incideranno solo per il 40% e in Portogallo per il 33%.
Ormai da mesi si racconta della spending review, la riduzione della spesa passata nelle stime del governo da tesoretto e spiccioli. E la Commissione Giovannini avrebbe dovuto confrontare le indennità dei parlamentari italiani con quelli degli altri Paesi: il presidente ha gettato la spugna, i paletti della Casta rendono impossibile ogni paragone. Allora se i tagli sono irrilevanti, l’imperativo categorico dei professori rischia di declinarsi sempre con le maggiori entrate, anche attraverso le imposte indirette o le odiate accise. Balzelli (spesso portatori di contraccolpi recessivi) che tutti devono scontare ma che pesano proporzionalmente di più sui redditi bassi: il sacrificio per il migliaio di parlamentari che guadagna, a spanne, come seimila italiani di medio reddito, è senza dubbio meno impegnativo.
Qualche debole speranza resta sul piano di dismissione del patrimonio immobiliare e societario dello Stato: la «ricognizione» era stata annunciata nella terribile estate 2011 dall’allora ministro Tremonti e promessa per la fine di aprile. Vedremo se il governo Monti rispetterà la scadenza. Ma visti i risultati deludenti delle liberalizzazioni, le incertezze sul lavoro, le lungaggini sulla banda larga o gli annunci a futura memoria sulle start-up c’è poco da star allegri, tra le macerie di vent’anni di cattiva politica.