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A Genova il calcio ha perso la sua dignità

Il grottesco ammutinamento di Genova segna un punto di non ritorno per la dignità del calcio. Quelle maglie conegnate dal capitano rossolù Marco Rossi agli ultrà, come segno di resa verso le richieste dei facinorosi, hanno un alto valore simbolico. Specie per il mondo ultrà, che vive di gesti clamorosi, di pubblici riconoscimenti, di esposizione forzata ai riflettori dei media.

Impazzano i sondaggi su chi abbia le maggiori responsabilità di quello stop di 40 minuti, di quella sceneggiata che ha interrotto la partita Genoa-Siena, tenendo in scacco l’intero campionato. Di certo non mi è piaciuto l’atteggiamento familiare, quasi tenero, quel contatto epidermico fra Sculli e un capotifoso, non mi è piaciuto il patteggiamento che ha portato alla consegna delle maglie, nè gli indici puntati degli ultrà che imponevano la loro legge. Preziosi e la società si sono messi nelle mani dei giocatori, che hanno travato una loro soluzione, una loro via di uscita con il sacrificio di quelle casacche, simbolo dell’appartenenza al Genoa.

Ma le forze dell’ordine, che hanno imposto all’arbitro di non sospendere la partita, come avrebbe dovuto fare secondo regolamento, perché non hanno agito in modo più risoluto? Perché non hanno chiuso la loro morsa intorno ai capi ultrà? La risposta va cercata nel rischio di disordini, nella paura che le cariche coinvolgessero il pubblico, nello spettro di un nuovo Heysel innescato da sessanta facinorosi. Sono ancora nella memoria colettiva le immagini del teppista Ivan Bogdanov, che proprio a Marassi tagliò impunemente le reti di protezione prima di Italia-Serbia. A dimostrazione che lo stadio di Genova non è il più adatto per isoalre i violenti. La sola cosa certa è che il calcio, in questa triste vicenda, ha perso gli ultimi brandelli di dignità. E non sarà facile cancellare l’immagine di una domenica di sport tenuta in scacco dalla violenza ultrà.