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Agente Bond

Joseé Barroso, presidente della commissione europea, oggi, dopo l’incontro con Mario Monti, ha lanciato l’idea dei Growth Bond, i bond della crescita. Sostanzialmente ha ribatezzato i Project Bond — titoli emessi per progetti infrastrutturali finanziati dalla Bei  —da lui stesso proposti tempo fa sulla scorta degli Union Bond ideati da Jacques Delors nel Libro bianco sulla crescita del 1993. I Growth Bond non sarebbero altro che obbligazioni per sostenere investimenti specifici e, di conseguenza, sostenere la crescita. Di eurobond, in effetti, si sente parlare in varie salse e con vari nomi dietro ai quali, però, si nascondono differenze anche significative.
Un po’ di chiarezza è utile. A parlare di eurobond, per primi, furono nel dicembre del 2010 due ministri dell’economia, Jean-Claude Juncker e Giulio Tremonti. Secondo loro gli Eurobond dovrebbero essere emessi da un’agenzia del debito europeo (che sostituirebbe il fondo salvastati). Operativi già dal 2010 sono, invece, gli Stability Bond. Li emette il fondo salva stati e servono a prestiti condizionati agli Stati dell’Ue in crisi finanziaria. Di EuroUnionBond hanno parlato invece Romano Prodi, Giuliano Amato e Alberto Quadrio Curzio: la loro proposta è varare un  Fondo finanziario europeo (Ffe) che emetta Eurobond  con tre caratteristiche che ricomprendono alcune delle precedenti.  Il capitale dell’Ffe, conferito dagli Stati membri dell’Unione economica e monetaria sarebbe costituito dalle riserve auree delle banche centrali nazionali. Il fine, ovviamente, è rendere indigesto il debito sovrano europe ai morsi della speculazione.

Ma oltre agli eurobond — che alla Germania non piacciono perché teme diano un alibi ai paesi meno rigorosi — c’è un altro dibattito che sta attraversando l’Europa e che parte da un concetto elaborato da Monti quando era commissario europeo al mercato interno. Si chiama Golden Rule e non è la stessa della quale si trova traccia nel patto fiscale
Quella che, invece, Monti propose nel 1997 era un’altra cosa. Funzionava così: contabilizzare in modo diverso la spesa corrente, nei bilanci pubblici, la spesa per alcune categorie ben definite di investimenti produttivi, così da
non doverla più sottoporre ai limiti al deficit imposti dall’Eurozona. Se ne sta parlando di nuovo.