Rigore e crescita non sono nemici
L’onda lunga e amara dei sacrifici chiesti per arginare la crisi dei debiti sovrani sta portando a galla una contrapposizione e pericolosa: quella tra rigore e crescita. Contrapposizione pericolosa, ma soprattutto falsa: senza far rientrare nei ranghi il debito pubblico non c’è speranza di crescita che tenga, e il presidente del Consiglio, Mario Monti, ha fatto bene a chiarire il concetto per l’ennesima volta. Che poi il rigore nei conti pubblici debba essere realizzato solo con l’imposizione fiscale è, invece, tutt’altra storia. Identico risultato lo si può ottenere incidendo sui tagli della spesa pubblica, combattendo gli sprechi e recuperando i tesori sottratti all’evasione fiscale. Se poi, a conti fatti, si otterranno risorse per abbassare il carico fiscale sul lavoro — imprese e dipendenti — tanto di guadagnato. Ma cosa c’entra tutto questo con il mettere in discussione il rigore? Non ne abbiamo avuto abbastanza di decenni di finanza (pubblica) facile) Guai, insomma, a scendere su questo terreno, il rischio di uno scivolone drammatico è un prezzo troppo alto da pagare. Non solo, come ha notato alcuni giorni fa l’economista Marco Fortis, in un’analisi per il Sole 24 Ore, solo la serietà, per un paese come il nostro, nel rispettare gli impegni con l’Ue, potrà convincere i paesi europei più solidi, in primo luogo la Germania, a voltare pagina e a costruire quel patto sulla crescita sul quale ha fatto sapere di stare lavorando intensamente a braccetto con l’Italia di Monti.
Ed è la garanzia del rigore — non delle tasse — l’ultima chiave per arrivare in tempi ragionevoli a costruire gli eurobond. Ovvero, l’unico formidabile strumento per fare stabilmente da scudo ai paesi europei. Formule di eurobond ne sono state ideate molte: dalla prima ipotizzata da Jacques Delors nel 1993, nel Libro Bianco per realizzare grandi infrastrutture transeuropee, a quelle più recenti, da Giulio Tremonti a Romano Prodi con Giuliano Amato e Alberto Quadrio Curzio. Riuscire a realizzare titoli di debito pubblico europeo, oltre a un rafforzamento procrescita della Banca Centrale Europea, per sostenere e ristrutturare i debiti degli stati membri, costituirebbe lo scudo più potente per difendere l’Europa dagli attacchi della speculazione. Che oggi ha gioco facile nell’affondare gli artigli sul ventre molle di singoli paesi, ma non li avrà mai di abbastanza affilati per abbattere un boccone che sarebbe troppo grande e indigeribile anche per il più vorace degli squali.