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Mario Monti, Grillo e il “Paese di m…”

Dall’alto e dal basso, da destra a sinistra è tutto uno sfogo, tutta una ribellione. Si ribellano i sindaci al patto di stabilità europeo, si ribellano i grillini al sistema dei partiti, si ribellano Vendola e Di Pietro a Grillo, si ribella il capo dello Stato ai «demagoghi», di ribellano i leghisti all’Imu, si ribellano i tartassati e gli evasori ad Equitalia, e i sindacati alle riforme, e le categorie alle liberalizzazioni, e i No-Tav all’Alta velocità, e gli astensionisti alle elezioni, e (con giudizio) i partiti al governo dei ‘tecnici’ e alle rigidità di un’Europa germanizzata.
Colpa della crisi economica, certo. Ma anche della crisi della politica e del consueto mix tra paura e speranza. Un fenomeno ‘globale’, con le piazze occidentali e non popolate oggi da vecchi e nuovi indignati alla ricerca di antiche certezze e moderni ideali. Ma l’Italia, in realtà, fa eccezione. Perché solo in Italia la ribellione cela il senso di una rivolta profonda contro se stessi. «Paese di m…» è ormai espressione consueta. Sfuggì detto sia a Berlusconi sia a Bossi, era il rabbioso sottinteso di un recente editoriale del Corriere della Sera ed è, in fondo, la filosofia politica di Mario Monti. Quanto il presidente del Consiglio si reca in Germania e alla Merkel dice che vorrebbe tanto trasformare gli italiani in tedeschi, non esprime forse il senso di una radicale ribellione alla sua stessa natura? «Cambiare il modo di pensare degli italiani» è, per sua orgogliosa e ribadita ammissione, il programma politico del Professore. E cosa c’è di più demagogico e in fondo sovversivo del teorizzare la possibilità di trasformare il caldo in freddo, il tondo in quadrato, il gatto in cane? Niente di nuovo, per giunta. E’ dal Settecento che gli italiani non fanno altro che controrcersi attorno ai limiti del proprio carattere nazionale. E all’estero, lamentava già allora lo scrittore Pietro Verri, la nostra natura indolente e furbetta era nota al punto da rendere imbarazzante dire «io sono italiano». Un secolo dopo, il poeta Carducci se la prendeva col «popolo di cicisbei» e di «ignavi» cui lui stesso apparteneva. E fatta l’Italia, bisognava ancora fare gli italiani. La cui «dappocaggine e le miserie morali» il politico risorgimentale Massimo d’Azeglio più volte lamentò. Poi al governo andò Giolitti, il quale, col realismo di un sarto, pensò bene di adattare la propria politica alla «gobba» della nazione. Concetto, sia detto per inciso, ben introiettato dalla Dc come da Berlusconi. Mussolini teorizzò nientemeno che la «nuova Italia» e «l’italiano nuovo», ma gettò infine la spugna essendo il governare gli italiani più «inutile» che difficile. Ed è vero che il peso dei mercati finanziari non è minore di quello dei manganelli, ma si può pensare che dove ha fallito un dittatore riesca un professore? Non c’è dunque da stare allegri. Grandi ribellioni partorirono la democrazia in America e poi in Francia, ma plasmando materiali umani diversi e agitando idee proprie. Ci si può ribellare a tutto, non a se stessi.