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Anomalie

E alla fine Monti perse la calma. Con sobrietà. La conferenza stampa con la quale il governo ha presentato la prima spending review ha offerto al presidente del Consiglio l’occasione per togliersi alcuni  sassolini dalle scarpe e dire pane al pane e vino al vino. Ovvero, restituire ai partiti quanto di loro competenza. Aldilà delle polemiche politiche e delle prevedibli reazioni, gli spunti più interessanti per il futuro li offre il rapporto sulla spending review di Piero Giarda: la spesa pubblica in Italia — ha spiegato — è segnata da «cinque anomalie di sistema».

 La prima anomalia «riguarda la struttura della spesa pubblica italiana. In Italia si spende meno della media dei paesi Ocse per la fornitura di servizi pubblici e per il sostegno agli individui in difficoltà economica, mentre le spese per gli interessi sul debito pubblico e per le pensioni superano la media europea». Queste due voci «valgono circa 310 miliardi, una cifra che ostacola la flessibilità di gestione e adattamento della risposta pubblica alle domande provenienti dall’economia».

La seconda anomalia «è rappresentata dal costo della produzione dei servizi pubblici. L’aumento dei costi di produzione dei servizi pubblici (scuola, sanità, difesa, giustizia, sicurezza) non è stato accompagnato da un adeguato livello di qualità. Queste spese, secondo i dati Istat, sono cresciute in trent’anni, dal 1980 al 2010, molto più rapidamente dei costi di produzione dei beni di consumo privati». Se i costi del settore pubblico «fossero aumentati nella stessa misura del settore privato, la spesa per i consumi collettivi oggi sarebbe stata di 70 miliardi di euro più bassa».

La terza anomalia, spiega il rapporto Giarda, «è l’aumento delle spesa dovuto alle diffuse carenze nell’organizzazione del lavoro all’interno delle amministrazioni, nelle politiche retributive e nelle attività di acquisto dei beni necessari per la produzione».
Il quarto aspetto anomalo, invece, «riguarda l’evoluzione della spesa e la sua governance. Negli ultimi vent’anni, ad esempio, la spesa sanitaria è aumentata passando dal 32,3% al 37% del totale della spesa pubblica, mentre la spesa per l’istruzione è scesa dal 23,1% al 17,7%». Questo è dovuto «in parte all’andamento demografico, in parte a decisioni che riguardano la sfera politica e la struttura degli interessi costituiti».
La quinta anomalia, conclude il documento, «è nel rapporto centro-periferia, per cui gli enti locali esercitano le stesse funzioni, a prescindere dalle dimensioni e caratteristiche territoriali. Questo porta a una lievitazione dei costi negli enti con un numero inferiore di abitanti». I tagli — nota di cronaca — dovrebbero portare a risparmi per 4,2 miliardi di euro.