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Minoranze chiassose

Questa volta non è bastato agitare una ramazza al vento e gridare pulizia per fare incetta di preferenze. Non è servito a nulla tornare a issare con forza la bandiera padana e gridare libertà. E di certo la drammatica uscita di scena di Bossi è stata seguita da un troppo repentino ripensamento. Come se bastasse una minoranza rumorosa a far rinascere il consenso. L’illusione è durata qualche settimana e il verdetto non lascia spazio a libere interpretazioni.

In Italia troppo spesso le minoranze chiassose, solo perché capaci di farsi sentire, finiscono per dettare legge. All’indomani della cacciata di Belsito, la manifestazione a Bergamo, con Maroni, Bossi e Calderoli sullo stesso palco davanti a una folla osannante, sembrava aver ribadito la forza del Carroccio. Il rumore assordante della notte dell’orgoglio leghista sembrava aver dimostrato che la base era pronta a perdonare, a credere ancora nei propri leader. Invece le elezioni amministrative, che hanno sancito il crollo dei partiti e l’incredibile ascesa di uomini prestati alla politica ma ritenuti credibili (da verificare), hanno emesso un verdetto inappellabile: la Lega se vuole tornare a rappresentare la propria gente deve proporre nomi nuovi, abbandonando antichi e vetusti schemi. Non sarà facile perché il movimento ha perso quella carica propulsiva che l’ha portato a diventare l’ago della bilancia di ogni governo ritenuto possibile nel corso degli ultimi vent’anni. Un destino che ricorda quello del partito socialista di Bettino Craxi, la cui onda lunga non andò molto lontano e si frantumò proprio come rischia di fare oggi il movimento di Bossi.
ugo.cennamo@ilgiorno.net