In ricordo di un amico
L’avevo visto qualche mese fa, assieme a Gianni Morandi, a una cena di alcuni amici rossoblù: il Cev mi era sembrato giù, molto giù. Nonostante il contesto festoso della serata, era l’ombra di se stesso, di un pallore quasi trasparente. Lui, sempre pronto a sorridere, a scherzare, in perenne movimento per essere vicino a tutti i bolognesi, lui il recordman dei matrimoni celebrati a Palazzo d’Accursio. Non l’ho visto domenica scorsa, allo stadio per l’ultima partita casalinga del Bologna e per l’addio di Di Vaio: oggi mi rimprovero per non averlo cercato, per non avere capito in che abisso fosse precipitato. Perché, quella sera con Morandi, Cevenini mi aveva aperto il cuore e mi aveva confessato che non si era affatto ripreso dallo choc della sua rinuncia a candidato-sindaco di Bologna dopo il ricovero in clinica a Villalba. Sarebbe stato il sindaco ideale della nostra città, degno erede del mitico Dozza e dei buoni amministratori degli anni d’oro, e quel suo passo indietro, non so fino a che punto forzato, gli era costato un’enorme fatica, un dolore insopportabile che l’ha bruciato e devastato nell’animo. Quel sogno spezzato ha pesato come un macigno sulle sue spalle che sembravano instancabili e che invece erano fragili e delicate. Giorno dopo giorno, al di là delle cerimonie ufficiali, delle strette di mano, dei sorrisi per la stampa, lui si è consumato, perché tutto apparisse come prima, mentre qualcosa, dentro, si era fermato.
Bologna, nella mediocrità dei nostri giorni, ha perso un buon figlio, il bolognese più bolognese della città, il compagno di tutti, al di là delle etichette politiche, perché solo in questa regione la politica è ancora passione, impegno civico, altruismo e generosità. Anche io ho perso un grande amico. Siamo stati dei finti avversari politici per sei mesi dopo il terremoto Delbono: lui candidato-sindaco del centro-sinistra, io candidato sindaco del centro-destra. Ci siamo rispettati e stimati, non abbiamo mai mancato di sentirci, di fare assieme il punto della situazione della nostra Bologna, di sostenerci a vicenda. Entrambi sapevamo che potevamo contare l’uno dell’appoggio dell’altro, sognavamo di superare le vecchie barricate e di costruire un nuovo modo di fare politica. Magari qualcuno avrebbe anche parlato di inciucio, ma, speravamo di voltare definitivamente pagina nel nome di Bologna.
Il primo a rinunciare alla corsa a sindaco, per poi far posto a una candidato leghista secondo una spartizione caduta dall’alto, fui io e Maurizio manifestò pubblicamente il suo dispiacere per il ritiro: le sue parole mi furono di conforto, in quei convulsi giorni del settembre 2010. Poi fui io ad assistere alla sua caduta, proprio quando tutti gli ostacoli sembravano superati. Inutile dire, caro Cev, quanto mi peserà il tuo silenzio. Pensavo che saresti andato a Roma, come parlamentare del tuo partito nella prossima legislatura, e già sapevo che Bologna ti sarebbe subito mancata. E invece è finito tutto in un giorno di maggio, quando, forse, le promesse della dolce primavera bolognese ti sono parse insopportabili e lontane. E’ terribile morire da soli all’inizio di una nuova stagione.