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Quando si regala il proprio saper fare

Ne ho già scritto, ma ci ritorno.
Perché ci sono cose che, credo, meritino una riflessione ogni tanto, ci riportino con i piedi per terra, ci consentano di comprendere meglio alcune situazioni.
Altro incontro in un’azienda che ha chiuso la produzione e che quindi ha dichiarato degli esuberi di personale. Le persone ora sono a casa in cassa integrazione.
I lavoratori mi raccontano che la produzione è stata spostata in Ungheria e che per poter avviare lo stabilimento ungherese sono stati fatti dei viaggi per andare a formare le persone che avrebbero così dovuto imparare il lavoro da fare sulle macchine.
Tutte le volte che mi sento raccontare questa cosa sto male.
Una persona parte, va per un certo periodo di tempo in un luogo che non conosce, di cui non conosce la lingua, dove per otto ore al giorno deve affiancare un altro essere umano che era senza lavoro e che quindi ha accettato una proposta di impiego che gli sta letteralmente “portando via” il lavoro.
Al di là dell’aspetto economico che pure è il più immediato e il più grave, quali sono le considerazioni che quel lavoratore farà? Quale sarà il livello di privazione, di frustrazione dopo aver passato, magari, 20 in un’azienda di cui si sentiva parte ed elemento importante?
Che cosa proverà quando penserà al suo rientro in Italia, ai suoi giorni a casa perché la fabbrica ha chiuso, ai suoi impegni economici precedentemente presi, alla sua famiglia, ai suoi figli?
Il datore di lavoro delocalizza perché il mercato in questi anni è crudele, la crisi sempre più forte, ritiene di non avere altre soluzioni se non la chiusura. Ascolta le sue ragioni e cerca di salvare il salvabile.
Il lavoratore invece insegna a qualcuno quello che ha fatto quotidianamente, i gesti che ha giorno per giorno migliorato, affinato.
Forse non riesce a passare l’attaccamento per quel lavoro, la motivazione, la soddisfazione di un lavoro ben fatto da parte di tutto il suo gruppo di lavoro, la storia di quel processo lavorativo, la storia di quell’azienda.
Non lo so cosa si prova se non una gran rabbia che puntualmente viene sputata quando incontro queste persone e non mi resta che cercare, per quanto mi è possibile, di comprenderle