Storie proibite
CI POSSONO essere tanti modi per raccontare la crisi. Si può partire anche dalla Stazione Centrale di Milano e dalla storia di Mario, 55 anni, marchigiano, operaio. La famiglia non l’ha seguito al Nord perché con uno stipendio di 800 euro al mese non si può certo prendere una casa in affitto. E anche per lui non c’è alternativa se non quella di dormire alla Centrale. La vita gli ha insegnato a cavarsela sempre e, risparmiando sul posto letto, riesce a tirare avanti con quello che ha.
QUELLO di Mario non è un caso isolato, come lui stesso racconta. Ce ne sono altri che di giorno lavorano e la notte trovano riparo dove possono. La mattina con grande dignità si rimettono in sesto e lavorano tutto il giorno, più di quanto non preveda il loro contratto. Tanto, spiega Mario, non ho mica un tetto dove tornare, quindi tanto vale restare là dove sono qualcuno. Orgoglioso di essere operaio, costretto a dormire sotto le stelle. D’estate è facile, ma d’inverno, quando fa freddo, è un problema. Gli uomini s’ingegnano: così Mario e gli altri come lui sanno a memoria gli orari di arrivo e di partenza dei treni, quelli dove trovare un posto al riparo dal gelo. Mario non è un clochard, ma di notte gli tocca far la stessa vita di un senza tetto. È una storia triste, anche se dimostra come ognuno di noi possa trovare la forza di reagire alla crisi e tirare avanti sperando di voltare pagina domani, quando sarà passata la nottata. Ma all’opinione pubblica e a noi che facciamo informazione non piacciono le storie amare, anche quando mostrano un filo di luce alla fine del tunnel. Meglio indignarsi, arrabbiarsi, gridare contro questo e contro quello, agitare lo tsunami dei suicidi che rischia di travolgere tutti. Dimenticandoci anche delle statistiche, quelle che a volte fanno tanto comodo, e che rivelano un’inversione di tendenza: nel 2012 si contano 0,29 suicidi al giorno per motivi economici, contro lo 0,51 del 2010 e lo 0,54 del 2009. Dati raccolti dall’Istituto nazionale di statistica, ma che in questi giorni sembrano non interessare. Meglio raccontare storie estreme, anche contravvenendo a quella antica regola che si tramanda nei giornali per cui i suicidi non dovrebbero entrare in pagina se non in casi eccezionali, e fingere di non vedere chi ogni giorno combatte la propria battaglia in un superbo silenzio.